Viterbo – La verità nel frammento di un guanto.
Può nascondersi qui la chiave dell’omicidio di Vincenzo Amendola, il 18enne ucciso a colpi di pistola dai suoi amici babycamorristi e compagni di giochi fin da piccolo.
Il pm titolare dell’inchiesta ha disposto accertamenti tecnici irripetibili su un frammento di guanto in lattice trovato sul luogo in cui era stato nascosto il corpo di Vincenzo, un terreno abbandonato alle spalle del parco dedicato a Massimo Troisi in viale 2 giugno a San Giovanni a Teduccio, periferia est di Napoli.
Le analisi al laboratorio di genetica forense, il primo settembre, serviranno per isolare eventuali tracce di dna e incrociarle con quello degli indagati, i due cugini 21enni Gaetano Formicola e Giovanni Tabasco, difesi dagli avvocati Leopoldo Perone e Antonio Rizzo.
La polizia li arrestò a Viterbo, nel blitz congiunto delle squadre mobili viterbese e partenopea del 22 marzo. Tabasco e Formicola, ricercati dal ritrovamento del corpo di Vincenzo a fine febbraio, erano andati prima in Spagna poi a Viterbo, nel casolare sulla Cassia Sud dove i poliziotti hanno fatto irruzione.
Arrestati i due cugini e indagati per favoreggiamento due conterranei trovati in casa con loro (uno risultava domiciliato a Viterbo e affittuario del casale). Ma quindici giorni dopo il Riesame scompiglia le carte: annullata l’ordinanza di custodia cautelare per Tabasco e Formicola che tornano liberi. Neanche il ricorso in Cassazione dei magistrati li riporta in carcere: la Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso del pm. Che decide di passare al setaccio quel guanto di lattice in cerca di altri indizi.
Annullando gli arresti, il tribunale del Riesame mise in discussione l’unica ricostruzione disponibile dell’omicidio: la testimonianza di Gaetano Nunziato, costituitosi dopo il delitto e che raccontò per filo e per segno la sua versione agli inquirenti in un drammatico interrogatorio. Dettagli senza riscontro, per i giudici del Riesame.
La buca che sarebbe diventata la sua tomba era già pronta quando Vincenzo arrivò in quel campo, insieme agli amici Nunziato, Formicola e Tabasco, cresciuti insieme a lui tra i casermoni del Bronx (anche così vengono chiamate le palazzine gemelle una di fronte all’altra al rione Taverna del Ferro). Amici che non hanno esitato a ucciderlo perché Vincenzo aveva infranto la legge del clan: le donne dei boss non vanno guardate. Il loro nome non va pronunciato. Vincenzo, invece, si sarebbe vantato di aver avuto una relazione con la moglie del capoclan tuttora in carcere. Un affronto che gli sarebbe costato la vita.
E così sarebbe andata, secondo le rivelazioni di Nunziato: la fossa, l’appuntamento-trappola tesa da Nunziato, la pistola trovata da Tabasco e i colpi esplosi da Formicola. Il più coinvolto, perché il clan porta il suo nome e la donna in questione è sua parente. Il primo colpo non parte. Il secondo gli centra l’occhio. Vincenzo chiede pietà in ginocchio. Il terzo è il proiettile letale alla tempia.
Nunziato avrebbe aggiunto di essersi consegnato alla polizia perché doveva scegliere tra il carcere e la vita. Il clan Formicola non gli avrebbe perdonato i suoi tentennamenti.
Attualmente Nunziato è sottoposto a programma di protezione. Tabasco è a piede libero. Formicola è tornato in carcere per scontare una condanna a sei anni per tentato omicidio. Mentre l’inchiesta sul delitto Amendola va avanti.
Stefania Moretti
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY