Viterbo – “Quelle taniche non mi hanno mai intimorito”. Matteo Leporatti parla in aula, seduto al banco dei testimoni. Secondo la procura di Viterbo anche l’imprenditore viterbese, già titolare della concessionaria Lem, sarebbe stato minacciato, insieme a una manciata di colleghi, con taniche di benzina ai cancelli delle loro aziende. Un avvertimento sinistro, nel caso si fossero rifiutati di pagare il pizzo ai Casamonica.
Imputati sono Consiglio e Sabatino Di Guglielmi, padre e figlio, alias Claudio e Johnny Casamonica di 64 e 39 anni. Ma anche i viterbesi Raffaele Polleggioni e Adolfo Perazzoni, 45 e 80 anni, accusati di aver dato manforte ai due membri del clan più potente della Capitale. Usura ed estorsione le accuse, contestate a vario titolo.
Il capoclan finì in arresto nel febbraio 2008, nel blitz congiunto di carabinieri di Viterbo, finanza e polizia locale di Roma: era l’operazione Fire. Le indagini, partite nell’estate 2007, svelarono gli interessi del clan romano nella Tuscia, ricostruendo quattro casi di estorsione e uno di usura. 25 le perquisizioni domiciliari, per un totale di 250 uomini impegnati.
Il clan cercava di intimidire aziende viterbesi con chiare minacce. Taniche di benzina furono piazzate ai cancelli della concessionaria Lem, della ditta Centro gomme viterbesi e dell’azienda ittica Agrifish, a titolo di avvertimento, nel caso avessero rifiutato di pagare il pizzo.
“I Di Guglielmi e Polleggioni – racconta in aula Matteo Leporatti, titolare della Lam – sono venuti in concessionaria. Pretendevano da me 160mila euro, ma quei soldi non dovevo darglieli. Non li ho mai più rivisti ma mi hanno chiamato, sempre per chiedermi i soldi”.
Crediti inesistenti, secondo l’accusa. I Casamonica avrebbero promesso di risolvere la questione “come si fa a Napoli”, usando frasi tipo “tu non sai chi sono io… non sono una persona da prendere in giro… sono una persona che ti può fare del male”. Ma Leporatti nega tutto. “L’incontro in concessionaria – spiega – è durato un’oretta, ma non sono mai stato minacciato. Tempo dopo abbiamo trovato le taniche fuori il cancello, ma non mi hanno per nulla intimorito”.
Al termine dell’operazione, mentre per Claudio Casamonica scattarono le manette, i due viterbesi e i figli del boss furono denunciati. Secondo l’inchiesta dei pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, la regia dell’attività criminale era del capoclan, che avrebbe tentato, con gli altri complici, di infiltrarsi nel tessuto economico viterbese. Tentativo stroncato sul nascere.
A Roma, si intervenne soprattutto nel noto quartiere “Morena nella zona Romanina, dove interi isolati sono abitati da appartenenti alla famiglia Casamonica. Per stanare il boss, vista la sua pericolosità, gli investigatori usarono uno stratagemma: finsero una fuga di gas e fecero arrivare i vigili del fuoco per sgomberare le case. Una volta fuori, Casamonica è stato arrestato e portato in carcere.
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