Viterbo – “Fire” come fuoco. Quello che avrebbe minacciato di appiccare alle aziende di chi non pagava.
Per questo è stato condannato in primo grado a cinque anni e 500 euro di multa per estorsione Consiglio Di Guglielmo, alias Claudio Casamonica. Così lo hanno identificato gli investigatori, anche se lui ha sempre negato legami con la nota famiglia della criminalità capitolina.
Si è chiuso ieri, dopo oltre un decennio, il processo all’imprenditore romano di 67 anni, finito in carcere il 2 febbraio 2008 con l’accusa di aver tentato di creare nella Tuscia, tra il 2007 e il 2009, un’organizzazione specializzata nel racket delle estorsioni e nell’usura.
Oltre a “Claudio Casamonica” è stato condannato a un anno e otto mesi e 200 euro di multa anche il viterbese Raffaele Pollegioni, per cui l’accusa aveva chiesto tre anni. Sono stati invece assolti il figlio Sabatino Di Guglielmo alias Johnny Casamonica e il civitonico Adolfo Perazzoni, per i quali il pm aveva chiesto due anni.
Il pubblico ministero Stefano D’Arma, lo scorso 26 novembre, aveva chiesto per Consiglio Di Guglielmo sette anni e mezzo di reclusione.
Il collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei però – pur condannandolo in continuazione per la tentata estorsione ai fratelli Matteo e Laonardo Leporatti ed estorsione a un cliente del suo autosalone che non gli aveva finito di pagare le rate della macchina (da risarcire in sede civile) – ha assolto Casamonica da un’altra presunta estorsione a due operai che gli avevano posato male uno di pavimenti di marmo della sua villa i Zagarolo e dall’accusa di usura a un costruttore in crisi con cui aveva parlato di un prestito di 50mila euro mai dato, escludendo inoltre la contestata recidiva.
Consiglio Di Guglielmo fu arrestato a Ciampino all’alba del 2 febbraio 2008, nell’ambito dell’operazione “Fire”, dai carabinieri del nucleo investigativo di Viterbo, in collaborazione con i finanzieri del Gico e gli uomini dellVIII gruppo di polizia municipale di Roma. Furono invece denunciati a piede libero il figlio e gli altri due imputati.
Secondo la procura, Casamonica – difeso dagli avvocati Fausto Barili del foro di Viterbo e Mario Giraldi del foro di Roma – per farsi pagare il pizzo, a settembre 2007, avrebbe lasciato due taniche di benzina sull’ingresso della concessionaria Lem, dopo avere intimidito Matteo Leporatti, minacciandolo di fare letteralmente fuoco e fiamme: “Se non paghi fai una brutta fine, risolviamo come si fa a Napoli”. Leporatti fu contattato una prima volta il 21 agosto 2007 per la restituzione di un presunto debito di 160mila euro maturato con Claudio Casamonica dal suo ex socio. Il 14 settembre furono trovate le due taniche di benzina sulla porta della concessionaria sulla Cassia Nord.
“Tutte le vittime hanno in comune la ritrosia ad ammettere quanto emerso dalle intercettazioni, nessuno è venuto spontaneamente a denunciare, per il timore evidente di ritorsioni”, aveva detto D’Arma durante la discussione, sottolineando lo spessore criminale dell’imputato e ribadendo l’alias Claudio Casmonica. “Aspettiamo di leggere le motivazioni, poi ricorreremo in appello”, preannunciano i difensori Giraldi e Barili.
Silvana Cortignani
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