Viterbo – Processo ai Casamonica, il pm accusa un testimone di falsa testimonianza e calunnia.
Era stato chiamato dalla procura a testimoniare al processo contro i Casamonica, un imprenditore che dieci anni fa aveva detto ai carabinieri di aver “subito estorsioni, pressioni e intimidazioni” da Consiglio e Sabatino Di Guglielmi, padre e figlio, alias Claudio e Johnny Casamonica; e dai viterbesi Raffaele Polleggioni e Adolfo Perazzoni, accusati di aver dato manforte ai due membri del clan più potente della Capitale. Ma il testimone in aula ritratta tutto: “In quei tre verbali – dice – i carabinieri hanno usato termini che non corrispondo a quanto dichiarato. Non ho mai subito estorsioni né pressioni e intimidazioni dagli imputati”.
Ma per il sostituto procuratore Stefano d’Arma – titolare delle indagini insieme al collega Fabrizio Tucci – il racconto in aula del testimone non corrisponde al vero: lo accusa così di falso e calunnia, per aver ‘puntato il dito contro’ il carabiniere che ha redatto i verbali (alla fine, comunque, firmati dal testimone). E il tribunale, al termine della deposizione, ha inviato gli atti in procura.
Processo ai Casamonica. Un manciata di imprenditori, secondo l’accusa, sarebbero stati minacciati con taniche di benzina ai cancelli delle loro aziende. Un avvertimento sinistro nel caso si fossero rifiutati di pagare il pizzo al clan romano. A vario titolo, gli imputati devono rispondere di usura ed estorsione.
Claudio Casamonica, il capoclan, finì in manette nel febbraio 2008, nel blitz congiunto di carabinieri di Viterbo, finanza e polizia locale di Roma: era l’operazione Fire. Le indagini, partite nell’estate 2007, avrebbero svelato gli interessi del clan della Capitale nella Tuscia, ricostruendo quattro casi di estorsione e uno di usura. Venticinque le perquisizioni domiciliari, per un totale di 250 uomini impegnati.
Il clan avrebbe cercato di intimidire aziende viterbesi con chiare minacce. Taniche di benzina furono piazzate ai cancelli della concessionaria Lem, della ditta Centro gomme viterbesi e dell’azienda ittica Agrifish. A titolo di avvertimento, secondo l’accusa, nel caso si fossero rifiutati di pagare il pizzo.
Nel caso di una delle tentate estorsioni contestate, i Casamonica avrebbero preteso 160mila euro vantando crediti inesistenti. In alternativa avrebbero promesso di risolvere la questione “come si fa a Napoli”, usando frasi tipo: “Tu non sai chi sono io… non sono una persona da prendere in giro… sono una persona che ti può fare del male”.
Al termine dell’operazione, mentre per Claudio Casamonica scattarono le manette, i due viterbesi e i figli del boss furono denunciati. Secondo l’inchiesta, la regia dell’attività criminale era del capoclan, che avrebbe tentato, con gli altri complici, di infiltrarsi nel tessuto economico viterbese. Tentativo stroncato sul nascere.
A Roma si intervenne soprattutto nel noto quartiere Morena, nella zona Romanina, dove interi isolati sono abitati da appartenenti alla famiglia Casamonica. Per stanare il boss, vista la sua pericolosità, gli investigatori usarono uno stratagemma: finsero una fuga di gas e fecero arrivare i vigili del fuoco per sgomberare le case. Una volta fuori, Casamonica è stato arrestato e portato in carcere.
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