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Inchiesta sul porto di Marta - Il gip spiega perché ha rigettato l'istanza della procura, che si è poi rivolta al Riesame

“Ci sono elementi per ipotizzare un reato ma non per il sequestro”

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Marta - Il porto

Marta – Il porto

Marta - Il porto - Gli anelli per l'ormeggio sul braccio che la procura vuole sequestrare

Marta – Il porto – Gli anelli per l’ormeggio sul braccio che la procura vuole sequestrare

L'avvocato Giovanni Labate

L’avvocato Giovanni Labate

Marta - Il progetto della regione Lazio del porto - A destra la nuova banchina

Marta – Il progetto della regione Lazio del porto – A destra la nuova banchina, che la procura vuole sequestrare

Marta - Il porto dall'alto

Marta – Il porto dall’alto nel 2017

Marta - Il porto prima della realizzazione della nuova banchina

Marta – Il porto prima della realizzazione della nuova banchina

Marta – Porto di Marta, “ci sono elementi per ipotizzare il reato ambientale ma non per il sequestro preventivo”. Per due volte, a luglio e a ottobre 2017, il gip del tribunale di Viterbo Francesco Rigato ha respinto la richiesta della procura per il sequestro del più grande porto del lago di Bolsena. “Pur potendosi ritenere sussistenti elementi denotanti la consumazione del reato ambientale – scrive il gip -, la mera consumazione del reato non determina comunque l’insorgenza di un pericolo tale da rendere necessario il sequestro preventivo”.

Eppure per il procuratore Paolo Auriemma e il pm Massimiliano Siddi a quella banchina di 270 metri, inaugurata nel 2016 e finanziata dalla regione Lazio con fondi europei, i sigilli vanno messi. Impugnando il no del gip, si sono così rivolti al tribunale del Riesame, che dovrebbe decidere il prossimo 21 novembre, dopo che un errore di notifica a uno dei difensori degli otto indagati ha fatto saltare l’udienza del 5.

Per la procura di Viterbo quella banchina, “realizzata con esclusiva finalità idraulica” per la “salvaguardia dell’incline del fiume Marta”, sarebbe stata usata per “l’attracco e lo stazionamento delle imbarcazioni in assenza dell’autorizzazione paesaggistica”. La procura ipotizza il reato ambientale anche per l’impatto che gli sversamenti delle imbarcazioni possano aver avuto sulle acque del lago. Oltre a un pericolo di cedimento della banchina che, nata e collaudata come opera idraulica, potrebbe non reggere il peso delle barche che vi hanno ormeggiato o vi ormeggiano. Quindi, un ipotetico pericolo per l’incolumità di chi vi passeggia.

“E’ dimostrato – scrive il gip – che specie nel periodo estivo (la banchina, ndr) viene utilizzata non come diga frangiflutti, ma come molo di attracco di imbarcazioni da diporto e che ciò è in evidente contrasto con la natura dell’opera e con le motivazioni in relazione alle quali venne autorizzata dal punto di vita ambientale. Ossia, allo scopo di impedire l’interramento dell’imbocco del fiume Marta”.

Oltre al reato ambientale, la procura ipotizza l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. “Poiché – spiegano il procuratore Auriemma e il pm Siddi -, in violazione della disciplina per i beni culturali e ambientali, (gli indagati, ndr) emanavano provvedimenti amministrativi come se la nuova opera idraulica fosse utilizzabile come molo portuale destinato all’attracco e allo stazionamento delle imbarcazioni. Procurando intenzionalmente un ingiusto profitto all’amministrazione del comune di Marta”.

Otto gli indagati, difesi dall’avvocato Giovanni Labate e già raggiunti dall’avviso di garanzia: il sindaco Maurizio Lacchini, la vicesindaca Lucia Catanesi, gli ex assessori Andrea Garofoli, Roberto Pesci e Cinzia Pistoni. Il segretario comunale Mariosante Tramontana, l’ex responsabile dell’ufficio tecnico del comune di Marta Angelo Centini e l’attuale, Giacomo Scatarcia.

La stessa regione Lazio, in una nota del giugno 2016, specificava che il “nuovo molo è stato realizzato non per aumentare la capacità ricettiva, ma come opera idraulica a protezione della darsena esistente”. Eppure in un documento del dicembre 2015, avente a oggetto i “Lavori di riordino dell’area lacuale all’incline del fiume Marta – Comune di Marta”, raffigura quel “nuovo molo” come una nuova parte del porto, inserendoci addirittura dei pontili galleggianti.

Oggi quei pontili galleggianti non ci sono, eppure qualche barca continua ad attraccare alla banchina. Perché? Perché ci sono gli anelli per l’ormeggio. E chi li ha messi quegli anelli? E perché non sono ancora stati tolti, così da scongiurare gli attracchi? Perché la regione Lazio, se ne ha diritto, non è ancora intervenuta? Ecco, sarebbe interessante sapere quali sono stati, se ci sono stati, gli interventi della regione Lazio durante i lavori. E anche oggi, alla luce di un’inchiesta della procura di Viterbo sul porto di Marta. Il porto più grande del lago di Bolsena, finanziato dalla regione con fondi europei.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”


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10 novembre, 2017

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