Viterbo – (sil.co.) – Gli investigatori l’hanno chiamata operazione “Vento di maestrale”, come il vento che porta la puzza di fogna quando soffia. A distanza di tre anni dall’esplosione di Rifiutopoli, processo al via per sette imputati e decine le parti civili.
Oggi la prima udienza davanti al collegio del tribunale di Viterbo. E’ l’ultimo atto della maxi inchiesta della procura sui rifiuti, coordinata dal pm Massimiliano Siddi e sfociata in nove arresti il 3 giugno 2015.
Due i filoni d’indagine venuti alla luce in seguito al blitz di polizia e carabinieri. Città sporca e discarica. Dietro, per l’accusa, una presunta truffa da un milione e mezzo di euro a danno dei viterbesi. Costi gonfiati per servizi inesistenti o quasi, come lo spazzamento di strade e giardini da parte della Viterbo Ambiente. E la produzione nulla o di pessima qualità di combustibile da rifiuti da parte di Ecologia Viterbo a Casale Bussi.
I reati, contestati a vario titolo agli attuali sette imputati, sono associazione per delinquere, truffa e frode nella gestione dei rifiuti urbani. Ma anche gestione abusiva di ingenti quantitativi di rifiuti e operazioni non autorizzate.
Per la procura, i reati sarebbero stati “commessi nell’interesse e a vantaggio di Ecologia Viterbo, proprietaria del terreno” in località Casale Bussi.
Centinaia le parti offese, tra cui la Regione Lazio, la Provincia di Viterbo, comuni ed enti pubblici del Viterbese e del Ternano. Regione Lazio, Provincia di Viterbo e decine di comuni della Tuscia si sono già costituiti parte civile. Altri sono pronti a farlo.
Rinviati a giudizio dal gup di Roma, saranno processati per competenza territoriale nel capoluogo Francesco Zadotti (responsabile amministrativo e gestore dell’impianto di Casale Bussi di Ecologia Viterbo), Bruno Landi (legale rappresentante di Ecologia Viterbo fino al 2014), Daniele Narcisi (responsabile dell’impianto), Massimo Rizzo (responsabile della pesa), Paolo Stella (direttore tecnico di Ecologia Viterbo), Gaetano Aita di Ria&Partners ed Ecologia Viterbo srl, in persona del legale rappresentate pro tempore.
È stato prosciolto, dopo aver richiesto il rito abbreviato, Giancarlo Bernardini, legale rappresentante del laboratorio Ecocontrol. Stralciate le posizioni di Angelo Giacometti di Ria & Partners, che è uscito dall’inchiesta, e di Massimiliano Sacchetti. Quest’ultimo, direttore tecnico della discarica gestita da Ecologia Viterbo, in udienza preliminare ha sollevato un difetto di notifica relativo all’avviso di conclusione delle indagini e il gup ha rinviato gli atti in procura.
(I blitz:video – fotocronaca – slide – fotocronaca2 – slide – la conferenza stampa:fotocronaca – slide)
Landi, Zadotti, Narcisi, Rizzo, Stella e Aita – secondo l’accusa e come è scritto nelle carte dell’inchiesta – avrebbero “indotto in errore la Regione Lazio, organo preposto alla determinazione della tariffa d’accesso dei rifiuti solidi urbani”.
Inoltre avrebbero commesso “truffa e frode nell’esecuzione della gestione dei rifiuti urbani conferiti dalle amministrazioni comunali all’impianto di trattamento meccanico-biologico di Casale Bussi, conseguendo un ingiusto profitto, pari agli importi percepiti in assenza pressoché totale di trattamento e recupero dei rifiuti, con corrispondente danno alle persone offese”. Ovvero ai comuni del bacino e ad altri enti pubblici.
Zadotti, Narcisi, Rizzo, Stella e Landi avrebbero gestito “abusivamente ingenti quantità di rifiuti all’interno dell’impianto di Casale Bussi. La società Ecologia Viterbo (avrebbe prodotto) in uscita frazioni di rifiuti in difformità essenziale rispetto a quanto prescritto dagli autorizzativi e dai rapporti negoziali con gli enti pubblici, nonché in violazione della normativa nazionale in materia di classificazione, recupero e smaltimento dei rifiuti speciali prodotti”.
Secondo l’accusa, gli ultimi cinque indagati avrebbero anche svolto operazioni non autorizzate. In particolare, “nella gestione dell’impianto di Casale Bussi, effettuavano il trattamento chimico-fisico dei rifiuti mediante operazioni di solidificazione\stabilizzazione con l’aggiunta di calce ai rifiuti”. E ancora, “effettuavano uno stoccaggio di cdr (combustibile derivato da rifiuti, ndr) non autorizzato”. Come, nella gestione dell’impianto di Casale Bussi, non era autorizzata, secondo la procura, “l’attività di messa in riserva di rifiuti consistenti nei residui dello spazzamento stradale, per il successivo conferimento a un impianto di Cisterna di Latina”.
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