Viterbo – Tutto è partito dal sudiciume in giro per Viterbo.
“Le indagini sono scattate tra giugno e dicembre 2014 in seguito alle continue lamentele dei viterbesi relative al servizio di spazzamento e alla pulitura delle caditoie. Dalle verifiche in città siamo passati alle verifiche in discarica e ne sono venuti fuori due distinti filoni d’inchiesta”.
Lo hanno detto gli investigatori sentiti ieri durante l’udienza lampo del processo ai sette imputati per la presunta malagestione del sito di Casale Bussi, tra i quali l’ex patron della Ternana, Francesco Zadotti. È il filone “Ecologia Viterbo” della maxinchiesta Vento di maestrale, sfociata in nove arresti all’alba del 3 giugno 2015, con un numero record di 78 parti civili tra cui il Comune di Viterbo e la Regione Lazio.
Tre i testimoni ascoltati davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone: gli agenti del nucleo di polizia giudiziaria della stradale Secondiano Veruschi e Ferdinando Bugiotti e il carabiniere Giovanni D’Angelo all’epoca in servizio al Noe (Nucleo operativo ecologico) di Roma.
Hanno spiegato in pochi minuti come, nell’ambito dell’inchiesta, siano stati addetti alle intercettazioni e abbiano fatto verifiche sull’imperversare della “monnezza” per le strade di Viterbo e le caditoie perennemente tappate che, a causa della mancata pulizia, provocavano allagamenti a ogni spruzzo di pioggia.
“Giunti alla conclusione che il servizio di raccolta dei rifiuti in città era effettivamente carente e che a settembre c’erano diverse caditoie chiuse, siamo andati a vedere cosa accadeva a Casale Bussi e le indagini si sono ampliate”, hanno detto, spiegando come si sia arrivati ai due filoni distinti dell’inchiesta.
Sette gli imputati per il filone discarica: Francesco Zadotti (responsabile amministrativo e gestore dell’impianto di Casale Bussi di Ecologia Viterbo), Bruno Landi (legale rappresentante di Ecologia Viterbo fino al 2014), Daniele Narcisi (responsabile dell’impianto), Massimo Rizzo (responsabile della pesa), Paolo Stella (direttore tecnico di Ecologia Viterbo), Gaetano Aita di Ria&Partners ed Ecologia Viterbo srl, in persona del legale rappresentate pro tempore.
I reati loro contestati a vario titolo sono associazione per delinquere, truffa e frode nella gestione dei rifiuti urbani. Ma anche gestione abusiva di ingenti quantitativi di rifiuti e operazioni non autorizzate.
Per il pm Massimiliano Siddi, i reati sarebbero stati “commessi nell’interesse e a vantaggio di Ecologia Viterbo, proprietaria del terreno” in località Casale Bussi.
Dietro, per l’accusa, una presunta truffa da un milione e mezzo di euro a danno dei viterbesi. Costi gonfiati per servizi inesistenti o quasi, come lo spazzamento di strade e giardini da parte della Viterbo Ambiente. E la produzione nulla o di pessima qualità di combustibile da rifiuti da parte di Ecologia Viterbo a Casale Bussi.
Casale Bussi, smaltimento a caro prezzo dei rifiuti
Landi, Zadotti, Narcisi, Rizzo, Stella e Aita – secondo l’accusa e come è scritto nelle carte dell’inchiesta – avrebbero “indotto in errore la Regione Lazio, organo preposto alla determinazione della tariffa d’accesso dei rifiuti solidi urbani”.
Inoltre avrebbero commesso “truffa e frode nell’esecuzione della gestione dei rifiuti urbani conferiti dalle amministrazioni comunali all’impianto di trattamento meccanico-biologico di Casale Bussi, conseguendo un ingiusto profitto, pari agli importi percepiti in assenza pressoché totale di trattamento e recupero dei rifiuti, con corrispondente danno alle persone offese”. Ovvero ai comuni del bacino e ad altri enti pubblici.
Zadotti, Narcisi, Rizzo, Stella e Landi avrebbero gestito “abusivamente ingenti quantità di rifiuti all’interno dell’impianto di Casale Bussi. La società Ecologia Viterbo (avrebbe prodotto) in uscita frazioni di rifiuti in difformità essenziale rispetto a quanto prescritto dagli autorizzativi e dai rapporti negoziali con gli enti pubblici, nonché in violazione della normativa nazionale in materia di classificazione, recupero e smaltimento dei rifiuti speciali prodotti”.
Secondo l’accusa, gli ultimi cinque indagati avrebbero anche svolto operazioni non autorizzate. In particolare, “nella gestione dell’impianto di Casale Bussi, effettuavano il trattamento chimico-fisico dei rifiuti mediante operazioni di solidificazione\stabilizzazion e con l’aggiunta di calce ai rifiuti”. E ancora, “effettuavano uno stoccaggio di cdr (combustibile derivato da rifiuti, ndr) non autorizzato”. Come, nella gestione dell’impianto di Casale Bussi, non era autorizzata, secondo la procura, “l’attività di messa in riserva di rifiuti consistenti nei residui dello spazzamento stradale, per il successivo conferimento a un impianto di Cisterna di Latina
Intercettazioni e fior di consulenti al processo
Il pm Siddi ha chiesto la trascrizione delle intercettazioni ritenute utili, effettuate durante l’inchiesta condotta dal Noe di Roma tra giugno e dicembre del 2014.
Diversi i consulenti tecnici nominati dalle parti: per la procura l’ingegnere Luigi Boeri, l’ingegnere Gianfranco De Cesare per i comuni di Attigliano, Acquapendente e Grotte di Castro, più altri professionisti.
Record di 78 parti civili
Tra le 78 presunte vittime che si sono costituite parte civile, oltre alla gran parte dei Comuni della Tuscia, con Viterbo in testa, spiccano le pubbliche amministrazioni dei paesi terremotati di Accumuli e Amatrice; Civitavecchia, Santa Marinella, Tolfa e Cerveteri sul litorale romano; diverse Unioni di Comuni, dalla Bassa Sabina alla Valle dell’Olio; l’Ama Roma Spa; l’Avr di Roma: l’Azienda Municipalizzata Sabina srl; Diodoro Ecologia di Fiano Romano; l’impresa Angelo Anselmi di Bagnaia; la Gesta; tre cooperative del Viterbese e diverse altre società.
Silvana Cortignani
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