Viterbo – “Il Trono di Spade è la patria letteraria di questo tempo”. Parola di Giancarlo De Cataldo e Flavia Perina.
Venerdì sera il Caffeina Festival ha ospitato una serata dedicata interamente alla serie televisiva Game of thrones. De Cataldo, magistrato, scrittore e sceneggiatore, insieme a Flavia Perina, giornalista, scrittrice ed ex politica, sono intervenuti per discutere sulla celebre serie fantasy.
“Io sono una fan della prima ora”. Flavia Perina si dichiara subito un’appassionata della saga letteraria da prima che arrivasse sullo schermo, raccontando poi come ai giornali italiani non interessasse il suo desiderio di parlare del fenomeno del Trono di spade, anche dopo il debutto televisivo.
“L’unico giornale che mi diede ospitalità fu Linus – racconta la giornalista –. Quando ci fu la campagna elettorale romana concordammo di fare un pezzo dove affidammo a ognuno dei contendenti in campo una parte, perché uno dei giochi dell’epoca era quello di identificare i personaggi politici con i protagonisti della serie. Ditocorto, per esempio, tutti quanti lo immaginavano come un D’Alema. C’era un grande dibattito politico sulla natura di Daenerys Targaryen, questa regina che liberava gli schiavi. C’era dibattito anche sulla casa Stark, perché veniva un po’ considerata di destra. Come casa però molti osservavano che, alla fine, Jon Snow è quello che fa entrare i bruti e che cerca di fare integrazione con questi popoli prima ostracizzati oltre la barriera per far la grande alleanza contro gli estranei”.
Giancarlo De Cataldo ammette di non essere un amante del genere fantasy, ma nel suo intervento spiega come Game of thrones sia unico nel suo genere.
“Sintetizzando al massimo, il Trono di spade non è un fantasy – sostiene De Cataldo -. È una meravigliosa narrazione sul potere, sull’immanenza, sull’eternità di alcune categorie umane, del loro rapporto con il potere e di come questo rapporto con il potere determina il destino di ognuno. C’è poi questa grandissima trovata in controtendenza, estremamente rivoluzionaria, che è la sistematica eliminazione del protagonista”.
Parlando del finale, De Cataldo confessa di esserne rimasto colpito: “È il finale politicamente più esatto. Daenerys Tragaryen è trotskista: è la rivoluzione permanente. Non basta aver conquistato e liberato un paese, bisogna portare questa fiaccola della rivolta dappertutto. In questo però è anche americana: esporta la democrazia”.
Si parla poi dell’impatto della serie nella cultura contemporanea.
“I nostri anni, gli anni 2000, sono gli anni delle oscure paure. Il Trono di spade – afferma Flavia Perina – è la patria letteraria di questo tempo proprio perché noi viviamo un tempo in cui la paura è oscura. Non si capisce cosa c’è al di là della barriera, chi sono gli estranei, contro chi dobbiamo combattere, chi sono i buoni, chi sono i cattivi. Questo luogo identifica le paure del mondo contemporaneo. Rispecchia lo stato d’animo in cui ci sentiamo tutti”.
Concordando con questo simbolismo, De Cataldo torna a parlare della conclusione della serie.
“È un finale nel quale i velleitari, i sognatori e gli utopisti muoiono, escono di scena – afferma -. Restano i pragmatici. Anche il drago esce di scena distruggendo il trono, simbolo del potere. Chi resta? Restano quegli uomini piccoli, imperfetti, limitati, finiti, che comunque si rimboccano le maniche. L’oscuro terrore forse si può vincere invertendo il karma e cominciando con le comunità pacifiche meno ambiziose”.
Perina aggiunge: “Nel finale c’è anche un altro tipo di suggestione. Questi giovani ribelli eroi come Arya e Jon Snow, scelgono altre direzioni. Scelgono di non partecipare più alla guerra del trono, che ormai si è conclusa, né alla gestione del trono. Quindi forse al di là di quelle che sono le soluzioni politiche, il finale ci dice che si può andare avanti anche in una direzione di felicità costruita diversamente”.
Erika Pezzato – Tusciaweb academy
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