Viterbo – “L’oltraggio non è stato solo verso il sacerdote, ma alla comunità”. Un oltraggio alla comunità, così il giornalista Luigi Ferraiuolo, ospite a Caffeina per la presentazione del libro Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra edito da Edizioni San Paolo, ha voluto iniziare il racconto della storia del sacerdote ucciso a Casal di Principe il 19 marzo del 1994. “È l’unico prete ucciso in chiesa, il giorno del suo onomastico, mentre si apprestava a dire la messa”, sottolinea.
Intervistato da Pierluigi Vito, sulla città di Casal di Principe e sul clan dei casalesi, Ferraiuolo ha tenuto a precisare una cosa: “Ovunque si dice che la città ha dato il nome al clan, io voglio dire che i camorristi sono “falsi casalesi” e i veri casalesi sono persone per bene”.
“Perché, per la camorra, era importante colpire don Peppe Diana? Che simbologia c’è dietro tutto questo?”, chiede Vito.
“La missione pastorale di don Peppe Diana inizia il 21 luglio del 1991”. Ferraiuolo ricorda un avvenimento in particolare: quel giorno in un regolamento di conti tra clan, perde la vita un ragazzo che tornava dal mare. “All’epoca non si entrava in città se non si era conosciuti, c’erano le vedette della camorra. Don Diana cominciò a gridare alla comunità che i camorristi erano nudi, uomini come tutti gli altri se non peggio e che non bisognava ascoltarli, aprì gli oratori e portò via i bambini dalle strade. Fece il sacerdote, andando tra la gente e servendosi della parola. Da credente posso dire che don Diana ha fatto un miracolo, quello del martire, ha fatto un dono alla comunità”.
Il giornalista, commosso, parla dell’eredità del sacerdote a distanza di venticinque anni dalla sua morte: “A Casal di Principe c’è il maggior numero di beni confiscati alla camorra. In una villa confiscata è stata aperta una cioccolateria sociale, per opera di una cooperativa di cui fanno parte i ragazzi di don Peppe Diana divenuti uomini, nella quale lavorano ragazzi disabili. In un’abitazione del boss Francesco Schiavone è stato aperto un centro per autistici e un ristorante sociale nella villa di un altro boss”.
Soffermandosi sul ristorante, Ferraiuolo ne ricorda il nome. “Si chiama Nco, riprende il nome della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, ma per loro diventa nuova cucina organizzata. In città, oggi, si prende in giro la camorra”.
Il giornalista cita poi le parole di Giovanni Falcone: “Per combattere le mafie servono lavoro e cultura. Il lavoro perché ti rende libero e la cultura perché ti rende indipendente. A Casal di Principe il miracolo di don Diana è proprio questo: hanno dimostrato di poter riutilizzare, dando lavoro, dei beni liberati dalla camorra e, stanno dando anche cultura”.
“A Casal di Principe, dal 9 giugno 2014, è sindaco Renato Natale”. Ferraiuolo spende delle parole per l’operato del sindaco che ha contribuito durante il suo mandato a dare nuova vita alla città, aprendo anche la prima biblioteca pubblica. “Quando le persone arrivano in città e vanno a visitare i luoghi della lotta alla camorra e la tomba di don Diana, il sindaco dice sempre che dovrebbero andare via con un senso di colpa, perché quello che è successo a Casal di Principe, è successo perché gli italiani guardavano altrove”, conclude Ferraiuolo.
Erika Chilelli – Tusciaweb academy
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY