Viterbo – Certo, sarebbe un po’ contro natura e tradizione aspettarsi che non si rispettassero i tempi canonici del rinvio a dopo Santa Rosa per il grosso degli impegni e per i grossi che devono prenderli in risposta al “sommovimento pacifico” collettivo proposto dal direttore Galeotti per la città di Viterbo. Da “liberare” dalla estemporaneità di un andazzo che può solo aggravarne il provincialismo e l’insufficiente messa a reddito delle potenzialità di avamposto della capitale e di terminal paesaggistico culturale dei milioni di turisti che sbarcano nel porto di una città la quale, anche nel nome, le è sorella. Civitavecchia, Vetus Urbs come appunto Viterbo.
E non è retorica. Prima del 3 settembre, però, sarebbe necessario almeno individuare un “metodo”. Non a caso Galeotti si è esplicitamente (e non era scontato) riferito a quando l’università della Tuscia nacque perché Dc e Pci, i partiti maggiori dell’epoca, misero da parte l’antagonismo reciproco e seppero ascoltare e dare attuazione alla proposta che veniva dalla comunità viterbese.
Il ”metodo”, quello che il Pci di Ugo Sposetti e la Dc di cui ero segretario si diedero, rinunciando i democristiani al fortino soprattutto scudocrociato che era la Libera università della Tuscia e i comunisti intervenendo significativamente sul piano finanziario con l’amministrazione provinciale che guidavano. Insieme, poi, concordando sull’affidamento del progetto a un tecnico, il dottor Mario Moscatelli, di equilibrio ed efficiente operatività. Così il parlamento varò la legge istitutiva dell’Unitus, che, col metodo del dialogo e della proposta comune, coronò l’intuizione originaria del democristiano Andreotti e del senatore della Sinistra indipendente Ossicini e l’impegno deciso (e non facile) di intellettuali e giornalisti dei quali Alessandro Vismara fu indiscusso capofila e tenace influencer.
Un metodo che, all’epoca, fu replicato per ottenere le compensazioni finanziarie firmate dal ministro Morlino (da cui, con Sposetti e Claudio Bevignani, facemmo anticamera per un’intera giornata. Ed era di carnevale) che avrebbero dovuto arricchire il territorio e la gente di Montalto di Castro, scelta a sede di una centrale nucleare.
Stessa impostazione, quando (finiti Dc e Pci) il comune capoluogo del forzista Giulio Marini operò in piena sintonia con la provincia del piddino Alessandro Mazzoli, portando fin sulla pista di Viterbo il terzo aeroporto del Lazio che (se un governo cosiddetto tecnico non avesse stoppato l’esito di dibattiti e decisioni locali, regionali e nazionali già prese) avrebbe fatto diventare atti dovuti e urgenti per lo Stato l’ammodernamento della ferrovia e della Cassia verso Roma e gli ultimi ancora faticati chilometri verso il sistema croceristico di Civitavecchia.
Il “sommovimento pacifico di liberazione” indicato da Galeotti postula perciò, anzitutto e prima del dibattito del dopo Santa Rosa, la scelta del metodo del dialogo senza pregiudizi e primogeniture non solo dei politici (che dovrebbero sapere poi esserne terminale di sintesi e attuazione) ma di tutti quanti possono (e “debbono” alcuni di loro) sforzarsi di studiare e proporre obiettivi e mezzi, confrontandosi laicamente attraverso il “ragionamento aperto” auspicato da Galeotti.
Quando alla fine degli anni sessanta si cominciò a parlare di università a Viterbo, mettemmo in guardia dal rischio che si trattasse solo di una “risposta pietistica” alla tuttora perdurante insufficienza dei collegamenti con Roma, ipotizzandone invece un ruolo di motore dello sviluppo locale.
Il “dibattito sul futuro della città” proposto da Tusciaweb dovrebbe ora potersi avvalere (ed anche questo è parte del metodo) dell’apporto in forma diretta, propositiva e sostenuta dalla comunità, dell’ateneo, con un piano organico che veda la scienza specifica dei dipartimenti e facoltà costituire la base su cui erigere le fondamenta di quella domanda di futuro di “liberazione” nell’economia, nell’urbanistica, nella storia, nella comunicazione, nella logistica, nell’ambiente, nell’agricoltura e in quant’altro serve alla città, attraverso un “piano regolatore del futuro” da studiare con chi per mestiere studia, da realizzare con chi, nessuno escluso, per mestiere “opera”, da farne poi assumere la guida responsabile alla politica.
Sempre che, per quest’ultima, non ci si debba chiedere, come ai tempi di Dante: “le leggi son”, ma c’è “chi pon mano ad esse?”. A Viterbo, naturalmente.
Renzo Trappolini
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