Viterbo – “Giustizia per Andrea e per tutti i detenuti vittime della squadretta di Mammagialla”. Lo ha detto il fratello Tonino Lazzarini assieme agli altri fratelli, sorelle e nipoti che hanno preso parte al sit-in proseguito per tutta la mattinata di ieri davanti al tribunale contro l’archiviazione dell’inchiesta bis per omicidio volontario, contro ignoti.
Inchiesta bis scaturita dalla testimonianza di un altro detenuto che dopo sei anni ha detto alla famiglia che il 36enne non si è suicidato in cella d’isolamento, il 21 aggio 2018, ma è stato picchiato a morte da una “squadretta” di penitenziari. C’erano anche Diego con la madre e la compagna, e la mamma di Manolo.
“Non è stato un suicidio, è stato omicidio. Dice la procura che il supertestimone non si è recato a testimoniare, che è irreperibile. Ma in primavera Le Iene lo hanno trovato subito e si è fatto intervistare. Invece di cercare altri detenuti che stavano in isolamento quel giorno, altri testimoni, si sono preoccupati di indagare me e mia sorella, di intercettare i nostri telefoni. Ma noi non ci arrenderemo, continueremo a lottare per arrivare alla verità, perché Andrea non si è suicidato”, ha proseguito.
“Chiediamo che venga aperta un’inchiesta sui pestaggi a Mammagialla, perché proseguono tuttora anche se il carcere ha cambiato nome, la ‘squadretta della morte’ continua a terrorizzare e picchiare i detenuti”, ha detto ancora, portando a testimoni la madre di una delle presunte vittime: “Mio figlio Manolo è stato picchiato dai penitenziari”.
Ha quindi preso la parola Diego, trasferito da Civitavecchia a Viterbo per una presunta aggressione a un penitenziario. “Mi hanno picchiato in testa coi manganelli, rotto la mandibola e un braccio, sono stato ricoverato in coma all’ospedale. è stata la squadretta. Ho sporto denuncia ai carabinieri, devono pagare per quello che hanno fatto, come io ho pagato per i miei sbagli“, ha detto, mentre la madre e la compagna hanno sottolineato che solo per un caso fortuito il nostro congiunto non è morto”.
“Abbiamo chiesto più volte aiuto anche alla senatrice Ilaria Cucchi, anche tramite una pec del nostro avvocato, Nicola Trisciuoglio, ma nonostante la segretaria ci abbia detto che avrebbe fissato un incontro, non lo ha fatto. Le istituzioni ci hanno voltato le spalle, ma noi continueremo a chiedere giustizia per Andrea, sicuri che il suo caso aprirà tanti altri casi, darà coraggio a chi è troppo fragile e impaurito per parlare. Chi sta ancora scontando in carcere una pena, sa quanto sia pericoloso. Andrea disse al fratello Valentino che un penitenziario lo aveva minacciato dicendogli ‘tu da qui non esci vivo’. E così è stato”.
Perché Di Nino era finito nel mirino? Secondo Tonino perché “era petulante, chiedeva sempre di poter telefonare alla madre anziana che era malata”. “Non voleva morire il nostro Andrea, voleva vivere. Le aveva chiesto di portargli i vestiti perché pochi giorni dopo aveva udienza davanti al tribunale di sorveglianza per i domiciliari, gli mancava poco a finire di scontare un cumulo di pene, non vedeva l’ora di tornare dai suoi cinque figli, pochi giorni prima per il compleanno aveva chiesto per regalo la tuta della Roma… la sorella gliel’ha messa nella bara“.
La famiglia di Andrea Di Nino ringrazia le forze dell’ordine presenti ieri mattina al sit-in per come hanno gestito la situazione: “Sono state delle grandi persone, sono stati gentilissimi, hanno fatto un lavoro come va fatto, hanno reso onore alla divisa che portano”.
Silvana Cortignani
– “Omicidio non suicidio”, in tribunale il picchetto dei familiari di Andrea Di Nino
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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