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Viterbo – (sil.co.) – Morte in carcere di Andrea Di Nino, per i giudici d’appello che lo scorso 21 gennaio hanno confermato anche in secondo grado la sentenza di assoluzione dell’ex direttore Pierpaolo d’Andria: “La sentenza di primo grado appare caratterizzata da un significativo rigore logico ed espositivo e fa piena luce in ordine a tutti i profili controversi, fornendo una ricostruzione chiara e pienamente condivisibile di quanto avvenuto”. Si legge nelle motivazioni.
Era la sera del 21 maggio 2018 quando il 36enne romano, nonostante la giovane età già padre di cinque figli, fu trovato impiccato nella cella d’isolamento dove si trovava dal 15 maggio, in seguito a un provvedimento disciplinare applicato in via cautelare essendo venuto alle mani con un detenuto magrebino.
L’ex direttore della casa circondariale Nicandro Izzo di Viterbo, secondo l’accusa aveva adottato il provvedimento disciplinare dell’isolamento sulla base di una documentazione sanitaria inidonea in quanto emessa in un momento anteriore rispetto alla sua esecuzione, violando così la sequenza procedimentale prevista per legge, e dall’altro il certificato medico aveva dato atto di una generica buona condizione di salute del detenuto anziché contenere una esplicita attestazione di sopportabilità dello stato di isolamento.
Nel frattempo, però, tra il trasferimento in cella d’isolamento e il suicidio di Di Nino sono trascorsi sei gironi. ulteriore motivo per cui “anche sotto il profilo del nesso causale sussistono fondati dubbi che possa essere ricondotto al comportamento del direttore del carcere”.
“Oltre agli omessi controlli quotidiani di tipo psichico cui il prevenuto avrebbe dovuto essere sottoposto in quanto escluso dalle attività in comune – si legge nelle motivazioni della confermata assoluzione di D’Andria – appare significativo quanto riferito da un testimone detenuto (un 40enne albanese, ndr), il quale ha riportato che circa un’ora prima che Di Nino si togliesse la vita egli, poiché aveva appreso di questa sua intenzione, aveva contattato un agente della polizia penitenziaria il quale era intervenuto dicendo al Di Nino di togliere quella corda perché pensava si trattasse di un gesto dimostrativo; nondimeno, circa 20 minuti dopo Di Nino, lo aveva salutato dicendogli che gli voleva bene e subito dopo egli aveva sentito un colpo; quindi aveva appreso che Di Nino si era tolto la vita”.
In conclusione: “La complessiva sequenza causale che ha portato al decesso del Di Nino non può ricondursi con certezza all’odierno imputato, anche avuto riguardo alla circostanza che il provvedimento cautelare da lui emesso risaliva a sei giorni prima, e dunque essendo ravvisabili nel corso di tale periodo ulteriori e diverse condotte suscettibili di incidere sulla verificazione dell’evento sia in tema di omessi controlli che di sottovalutazione di segnali di pericolo che potevano essere percepibili in ordine all’evento che di lì a poco si sarebbe verificato”.
Indagini e viluppi
La procura della repubblica di Viterbo ha aperto di recente un ulteriore fascicolo per omicidio colposo contro ignoti in seguito alle dichiarazioni del supertestimone individuato dalla famiglia. Si tratta di un altro detenuto del carcere di Mammagialla che l’anno scorso si è fatto avanti coi familiari, dicendo che Di Nino è stato vittima di un pestaggio in cella da parte di alcuni agenti, la “squadretta della morte”, di cui avrebbe anche fatto i nomi. Riprenderà invece fra pochi giorni, davanti al giudice Jacopo Rocchi, il processo per omicidio colposo a carico dell’agente penitenziario e dei due sanitari rinviati a giudizio il 6 ottobre 2022 dal gup Savina Poli. Parti civili 13 familiari di Andrea Di Nino.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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