Giustizia - Anche i familiari di Di Nino davanti al ministero di via Arenula - Parla la sorella - A Viterbo in corso processo per omicidio colposo a due sanitari e un penitenziario
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 Viterbo – Il carcere Mammagialla |
Viterbo – (sil.co.) – “Quel giorno in cui mio fratello Andrea Di Nino si sarebbe impiccato nel carcere di Viterbo, il 21 maggio 2018, aveva chiamato mia madre per chiederle un cambio d’abiti in vista dell’udienza che avrebbe avuto. Al momento c’è un processo in corso”. A dirlo una sorella del detenuto che aveva 36 anni quando fu trovato impiccato in cella d’isolamento la sera del 21 maggio 2018.
C’era anche lei il 16 maggio, assieme ai fratelli e ai familiari di altri detenuti morti nelle carceri italiane, tra cui Ilaria Cucchi, alla manifestazione che si è tenuta davanti al ministero della giustizia, in via Arenula, per chiedere verità e giustizia su alcuni reclusi deceduti nei penitenziari. Intanto la Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale ha organizzato mobilitazioni in tutta Italia per accendere un faro sulle problematiche del carcere.
Da gennaio a oggi i detenuti suicidi in carcere sono stati trentacinque con quello del 15 maggio nel carcere di Taranto di un detenuto con problemi psichici e altri quattro quelli di personale della polizia penitenziaria. Nel solo 2023 sono stati in totale sessantanove.
Nel caso di AndreaDi Nino a Viterbo è in corso un processo per omicidio colposo davanti al giudice Jacopo Rocchi a carico di due sanitari e un penitenziario, difesi dagli avvocati Massimo Pistilli, Lorenzo Lepri e Andrea Danti. Parti civili tredici familiari della vittima, cinque figli e otto fratelli.
“Quel giorno in cui mio fratello Andrea Di Nino si sarebbe impiccato nel carcere di Viterbo, il 21 maggio 2018, aveva chiamato mia madre per chiederle un cambio d’abiti in vista dell’udienza che avrebbe avuto”, ha sottolineato la sorella, ricordando il processo in corso.
Di Nino, padre di cinque figli, al momento in cui fu rinvenuto cadavere, verso le 22 del 21 maggio di sei anni fa, era in carcere da due anni per possesso di stupefacenti. Si è suicidato in cella di isolamento del penitenziario da dove sarebbe uscito di lì a un anno.
Per la sua morte, il 6 ottobre 2022 è stato assolto l’ex direttore della casa circondariale sulla Teverina, difeso dall’avvocato Marco Russo, l’unico a scegliere il rito abbreviato davanti al gup Giacomo Autizi, mentre hanno scelto il rito ordinario gli attuali tre imputati. Il pubblico ministero Michele Adragna aveva chiesto una condanna a quattro mesi di reclusione.
I familiari sono convinti che non si sarebbe mai potuto suicidare. In primis perché gli mancava un anno alla fine della pena ed era convinto che sarebbe uscito anche prima. E poi perché dalle lettere che scriveva ai suoi cari, era evidente il desiderio di viversi appieno la famiglia una volta uscito dal carcere. “Ho voglia di spaccare il mondo” scriveva il 36enne.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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