Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – C’è un aspetto che mi colpisce nella vicenda viterbese che riguarda l’accordo tra Romoli e Frontini.
Non sono le alleanze presenti e future (cosa che non mi riguarda), quanto l’assoluta spregiudicatezza con la quale si “maneggiano” le istituzioni, facendo dimettere consiglieri eletti, per fare posto a consiglieri “necessari” ad un disegno politico.
Qui non c’entra nulla la generosità di chi si dimette (almeno risparmiateci questa ipocrisia), quel che appare evidente è l’uso privatistico delle istituzioni, il considerarle cosa propria, una sorta di “cortile di casa”, dove si consuma una relazione tra amici che si mettono d’accordo e praticano uno scambio mercantile.
L’avvicendamento a Palazzo Gentili porta con sé l’idea di una politica di “casta”, indifferente perfino agli esiti elettorali, sempre più separata dagli interessi di coloro che dovrebbero essere gli amministrati.
Quella della provincia sarà pure una elezione “di secondo livello”, ma è pur sempre espressione di una volontà e di un voto democraticamente espresso.
Siccome quel voto non piace o non corrisponde a un disegno politico lo si cancella con un’operazione verticistica e di potere.
Come negli stati autocratici, con il corollario di argomentazioni francamente imbarazzanti a giustificazione di questa oscenità.
Invece avviene nella piccola e negletta provincia di Viterbo, dove, in nome della retorica sulla “casa dei comuni” si assiste, ormai, da anni, ad un festival di trasversalismi che annega ogni differenza nel mare del trasformismo. Ogni processo significativo: dalla gestione del ciclo idrico ai concorsi per finire ai metri di asfalto da assegnare alle singole strade provinciali, porta sempre lo stesso segno spartitorio e trasversale.
Ci si domanda spesso perché la disaffezione e l’area del non voto crescano sempre di più, non penso che dipenda dalla provincia di Viterbo, ma indubbiamente questa vicenda e questo uso assolutamente spregiudicato e strumentale delle istituzioni non contribuisce a dare il senso di una politica che serva davvero alle comunità locali.
Forse serve a Romoli per pensare di giocare un ruolo nella guerra in atto nel suo partito, forse serve alla Frontini per guadagnarsi una ricandidatura alle comunali del prossimo anno, forse serve a creare le condizioni politiche affinché il trasformismo e la trasversalità diventi non la formula politica da praticare anche nel capoluogo, resta il fatto che se questa penosa rappresentazione venisse guardata dall’angolo visuale di uno dei tanti comuni dove vige un’ordinanza di non potabilità dell’acqua e dove la presenza di arsenico ne avvelena l’erogazione, si coglierebbe in modo plastico la distanza, ormai irrecuperabile, tra “decisori” che pensano di gestire le istituzioni come fossero casa propria ed un popolo disilluso che guarda il triste spettacolo tra disincanto e rabbia.
Giancarlo Torricelli
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