Viterbo – Si farà attendere fino a luglio la sentenza del processo “Dazio”.
Il tribunale di Viterbo ha rinviato al mese prossimo la decisione sugli imprenditori padre e figlio, Domenico e Dario Chiavarino, e sull’ex funzionario regionale Giuseppe De Paolis, a giudizio per corruzione.
Due anni e quattro mesi, la pena chiesta dal pm Stefano D’Arma per De Paolis e Domenico Chiavarino, mentre per il figlio Dario l’accusa ha chiesto due anni. Da De Paolis, i magistrati vogliono anche 10mila euro. Importo pari all’ipotizzata tangente. Più la stangata del comune di Viterbo, costituito parte civile con l’avvocato Sergio Buzzi, che vuole 100mila euro da ogni imputato, con una provvisionale immediatamente esecutiva di 10mila.
La vicenda, nata dall’operazione del 2009 della forestale, è quella delle presunte mazzette in cambio di autorizzazioni dalla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici o dalla Regione Lazio. Ma mentre il filone Soprintendenza e concussione è finito subito col patteggiamento dei funzionari indagati, alla sbarra sono rimasti altri tre imputati per corruzione.
In un’ora di requisitoria, la pubblica accusa ha riepilogato tutti i passaggi dell’indagine, anche attraverso le intercettazioni, fatte ascoltare in aula. Per riattivare la cava di Montevareccio i Chiavarino chiedono aiuto all’ex responsabile dell’ufficio cave e torbiere Massimo Scapigliati. La richiesta formale è di poter mettere in sicurezza la cava, ma per i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, il vero progetto degli imprenditori è di far ripartire gli scavi, estrarre il materiale e rivenderlo. Per raggiungere l’obiettivo, i Chiavarino consegnano 10mila euro in due tranche all’intermediario Scapigliati, che avrebbe girato parte dei soldi a De Paolis.
Ma per le difese, lo scheletro accusatorio non sta in piedi. L’avvocato di De Paolis Mirko Bandiera insiste sul fatto che il suo assistito non ha preso un euro e non conosceva i Chiavarino e insinua dubbi sull’attendibilità di Scapigliati, che raccontò in aula di aver “regalato” 5mila euro a De Paolis in cambio del favore di accelerare quella pratica. Quanto alla difesa Chiavarino, l’avvocato Franco Moretti taglia corto con due dati trancianti: materialmente, la cava non è mai stata riaperta, né è stata mai fatta la messa in sicurezza.
Tre ore di udienza ma niente sentenza. Il collegio del presidente Maurizio Pacioni (a latere Eugenio Turco e Filippo Nisi) ha rinviato a luglio per le repliche. Solo a quel punto, i giudici si riuniranno in camera di consiglio per pronunciarsi su una vicenda già vecchia di cinque anni. Gli arresti della forestale scattarono il 30 settembre 2009.
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