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Associazione a delinquere - Un'intercettazione riportata nell'ordinanza di custodia cautelare, che parla di frizioni interne e vendette trasversali, anche sui componenti del gruppo

Salvatore Medde: “Qui comandiamo noi”

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Operazione Mamuthones - M.S.

Operazione Mamuthones – Salvatore Medde

Operazione Mamuthones - Pier Paolo Mulas

Operazione Mamuthones – Pier Paolo Mulas

Operazione Mamuthones - Salvatorangelo Spiga

Operazione Mamuthones – Salvatorangelo Spiga

Operazione Mamuthones - Claudio Liberati

Operazione Mamuthones – Claudio Liberati

Operazione Mamuthones - Il blitz dei carabinieri

Operazione Mamuthones – Il blitz dei carabinieri

Carabinieri - La conferenza dell'operazione Mamuthones

Carabinieri – La conferenza dell’operazione Mamuthones

Ronciglione – Perentori e definitivi: “Qui comandiamo noi!”.

Lo avrebbe detto Salvatore Medde a Pier Paolo Mulas in una delle intercettazioni dell’inchiesta “Mamuthones”.

L’indagine dei carabinieri sulla banda accusata di seminare il terrore con furti, incendi ed estorsioni si basa su una ricca mole di conversazioni captate tra gli indagati. In 13 sono finiti a Mammagialla, di cui dieci di origini sarde, tutti stanziati e integrati in provincia. Quattro sono i fratelli Gavino, Salvatore, Giovanni e Giuseppe Medde. Ma l’ipotesi di associazione a delinquere riguarda solo i primi due, Mulas e Mario Tatti. Su tutti gli altri si spalmano, a vario titolo, le accuse di furto, ricettazione, tentata estorsione e detenzione illegale di arma.

Nella sua corposa ordinanza di custodia cautelare da 193 pagine, il gip di Viterbo Franca Marinelli parla di “totale adesione alle risultanze delle indagini particolarmente accurate effettuate dalle forze dell’ordine”.

La banda dei tredici arrestati è descritta come un “sodalizio criminale dotato di mezzi idonei (armi, furgoni, trattori) per la commissione di reati contro il patrimonio e per assicurarsi il silenzio delle vittime o di coloro che potrebbero rendere informazioni nei loro confronti”. I nemici sono ovunque, anche all’interno del gruppo. Mulas e Salvatore Medde si mostrano spietati nei confronti dei loro complici additati come spie dei carabinieri.

“Il metodo per mandarli via è come dico io, cominciamo a sparare, a buttargli via tutto, a bruciare tutto, tuttoooo – dice Salvatore Medde al telefono con Mulas -. Mandiamoli via, che noi comandiamo, qui comandiamo noi! Non comandano due Sedilesi” (Sedilo è un paese in provincia di Oristano, ndr). Medde ce l’ha con Salvatorangelo Spiga e Claudio Liberati, “sospettati dagli associati di aver imbeccato i carabinieri nel ritrovamento e sequestro di un trattore”. L’ordinanza del gip è chiara: dopo la “violenta rottura del rapporto criminale”, c’è un piano per esplodere colpi d’arma da fuoco sui mezzi di Spiga e Liberati e incendiare il negozio di Spiga. Il più giovane degli arrestati, appena 26enne.

Rientra nelle normali logiche del gruppo, da quanto si evince dall’ordinanza: oltre ad “assumere ruoli intercambiabili, rivolgersi a terzi a nome del gruppo, spartirsi tra loro i proventi delle azioni criminali, decidono di comune accordo le azioni ritorsive o punitive nei confronti di tutti coloro che mettano in pericolo o semplicemente ostacolino l’azione degli associati”. Il giudice scrive che Salvatore e Gavino Medde, Pier Paolo Mulas e Mario Tatti “programmano l’azione ritorsiva nei confronti dello Spiga secondo un canovaccio che si ritrova identico in altre vicende oggetto di indagine e secondo un modus operandi collaudato: intimidire la vittima di turno con azioni incendiarie e attentati con colpi d’arma”.

E in quelle quasi duecento pagine, non manca uno sguardo al passato. Precisamente, all’operazione “Toro Loco” che vide i fratelli Medde finire in arresto nel 2009. Il copione delle frizioni interne e dello stesso trattamento delle vittime riservato ai complici si sarebbe ripetuto con uno dei coindagati dei Medde nell’inchiesta “Toro Loco”: Salvatore e Gavino “furono perentori nel dirgli, dopo averlo gambizzato: ‘Vai a comandare a Roma, che qui comandiamo noi!’. Minacce – conclude il giudice – che non necessitano di particolari commenti per comprendere il grado di prepotenza delinquenziale e predominio assoluto”.

Ma sull’inchiesta “Toro Loco”, la partita è ancora aperta. Secondo la difesa, le dichiarazioni di quel coindagato, che chiamava i Medde in correità, non sarebbero state ritenute attendibili dal tribunale del Riesame, che all’epoca rimise tutti in libertà. L’udienza preliminare per la vecchia indagine è fissata a febbraio.

Oggi, intanto, continuano gli interrogatori di garanzia di “Mamuthones”.


– fotocronaca – slide – video

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6 novembre, 2014

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