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Operazione Mamuthones - Le intercettazioni degli indagati per associazione a delinquere - La "colpa" del gestore: aver fatto finire in manette il fratello di uno degli arrestati

Incendi, nel mirino anche un autosalone

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Operazione Mamuthones - Salvatore Medde

Operazione Mamuthones – Salvatore Medde

Operazione Mamuthones - Pier Paolo Mulas

Operazione Mamuthones – Pier Paolo Mulas

Operazione Mamuthones - Mario Tatti

Operazione Mamuthones – Mario Tatti

Operazione Mamuthones - Francesco Benito Salaris

Operazione Mamuthones – Francesco Benito Salaris

Carbognano – Volevano bruciare anche un autosalone a Carbognano.

Non bastavano il capannone in costruzione a Nepi e il fienile a Sutri. Nella lista degli attentati incendiari della banda di sardi c’era anche un rivenditore di automobili. Lo dicono le intercettazioni dell’operazione “Mamuthones”. Sibilline come al solito.

“Bisogna bruciare quell’autosalone lì capito Pà?”, dice Salvatore Medde agli amici Mario Tatti e Pier Paolo Mulas, accusati come lui di associazione a delinquere. Tatti chiede se è “per soldi”. Ma qui il motivo è un altro: “Quali soldi?”, rimbrotta Medde. Il gestore “è quello che ha fatto arrestare Giorgio (Piergiorgio Mulas, fratello di Pier Paolo, ndr), quel cane randagio”. “Eh lo so – interviene Pier Paolo Mulas -. Però lì ci voleva una notte di quelle brutte…”. “Ma quale brutte – continua Medde – dai a fuoco… scendo giù e lo brucio”.

Progetti che nascono tutti dentro la Golf di Salvatore Medde. Un laboratorio di idee condivise e captate dalle intercettazioni su cosa, dove, come e quando rubare. Nell’indagine dei carabinieri di Ronciglione, i furti sono tantissimi. Gli incendi meno, ma fanno ancora più paura.

Se il capannone a Nepi fu bruciato per convincere un’impresa edile a riassumere Giuseppe Medde e il fienile per restituire un terreno ai fratelli Goddi, l’incendio dell’autosalone doveva essere una specie di ritorsione. Ma ve ne sarebbe traccia solo in quella intercettazione. Tant’è che gli inquirenti non lo hanno neppure contestato. Così come resta fuori dal capo d’accusa la porta di casa bruciata a un conoscente di Salvatore Medde, sembrerebbe per questioni di spaccio di droga: nelle intercettazioni, Medde si assume la paternità di quel rogo, ma evidentemente quella confessione non è bastata o è stata ritenuta “scricchiolante”.

Del progetto di dar fuoco all’autosalone, Medde, Mulas e Tatti parlano mentre stanno andando a compiere un furto. Vogliono cercare di recuperare un autocarro rubato nel maggio 2013 che, secondo le indagini, avevano modificato ad hoc per i grandi abigeati. Era bastato alzare le sponde, per “celare al meglio la merce una volta trafugata”. “Ovini e bovini – scrive il gip – sarebbero stati macellati direttamente sul sito individuato, tale da agevolare il trasporto delle carni”.

L’autocarro resta per quasi un anno nelle disponibilità degli arrestati. Dopodiché, il 5 febbraio scorso, Mulas è costretto ad abbandonarlo dopo un incidente. E il furgone finisce in un deposito giudiziario. Salvatore Medde lo ricorda con nostalgia, parlando col fratello: “I viaggi che ha fatto quello Pè!”. E parte della lunga serie di furti ipotizzati nasce proprio da quell’autocarro: gli indagati – Salvatore Medde in particolare – fanno di tutto per rimpiazzarlo con un altro mezzo. Vogliono un autocarro nuovo con il pieno pronto: da qui, il furto di 150 litri di gasolio in una segheria, il 13 febbraio. Il giorno dopo, cercano di portare via una Land Rover, ma non riescono neanche a metterla in moto. Infine, provano con un furgone, ma neanche qui ce la fanno a forzare il sistema di accensione e, stizziti, lo danneggiano.

E’ tutto riepilogato nelle 193 pagine di ordinanza d’arresto. Un mosaico composito e rifinito al dettaglio, sui movimenti dei 13 indagati. Per ora, sul fronte difensivo, nulla si muove. L’udienza al tribunale del Riesame non è ancora stata fissata. Né la relazione del medico è arrivata sulla scrivania del gip Franca Marinelli. L’incarico è stato affidato dopo la richiesta di arresti domiciliari da parte di tre indagati, forse incompatibili con il regime carcerario per motivi di salute. Uno è Francesco Benito Salaris, parente dei fratelli Medde, anche detto “Zio Benito”. E’ l’unico ultrasettantenne del gruppo e una delle posizioni più marginali: nell’indagine Mamuthones è finito per un fucile calibro 12 e una pistola.


– fotocronaca – slide – video

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