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Cronaca - Il baby boss arrestato a Viterbo sconterà una condanna a 6 anni per tentato omicidio

Camorra, Formicola di nuovo in carcere

di Stefania Moretti
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Gaetano Formicola

Gaetano Formicola

Camorra - Gaetano Formicola all'uscita dalla questura lancia baci

Camorra – Gaetano Formicola all’uscita dalla questura lancia baci

Gli arrestati all'uscita della questura - In primo piano il capo della squadra mobile Fabio Zampaglione

Il capo della squadra mobile Fabio Zampaglione e i parenti accalcati fuori dalla questura

La vittima Vincenzo Amendola

La vittima Vincenzo Amendola

Dall'alto in basso: Gaetano Formicola, Gaetano Nunziato e Giovanni Tabasco

Dall’alto in basso: Gaetano Formicola, Gaetano Nunziato e Giovanni Tabasco

Napoli - Il rione Taverna del ferro, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, anche detto "Bronx"

Napoli – Il rione Taverna del ferro, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, anche detto “Bronx”

Viterbo – Gaetano Formicola di nuovo in carcere.

Il 21enne di San Giovanni a Teduccio, quartiere di Napoli meglio noto come “il Bronx”, sconterà una condanna definitiva a 6 anni per tentato omicidio.

Il tribunale di Napoli ha spiccato l’ordine di carcerazione a suo carico a maggio. Subito dopo il baby boss si è consegnato direttamente al carcere di Spoleto, dove sono detenuti alcuni dei suoi familiari, affiliati al clan Formicola. 

Marzo 2013. Gaetano Formicola, per tutti “‘o chiatto”, è poco più che un ragazzo: ha compiuto diciott’anni da un mese e mezzo quando, armato di pistola e in sella a una moto, partecipa al commando armato contro Alfonso D’Amico, membro dell’omonimo clan rivale dei Formicola per il controllo del “Bronx”. D’Amico si salva per miracolo dalla raffica di colpi esplosi dai sicari anche a distanza ravvicinata.

Sparano in strada e scappano. La polizia li arresta dopo tre mesi.

Primo grado. Appello. E, infine, la Cassazione che conferma la condanna a 6 anni in appello per Formicola e a 7 anni e mezzo per gli altri tre imputati.

La latitanza di Formicola, indagato per l’omicidio di Vincenzo Amendola, suo amico e compagno di giochi da piccolo, finisce a Viterbo il 22 marzo scorso.

Il 21enne viene arrestato insieme al cugino Giovanni Tabasco in un casolare sulla Cassia sud. A inchiodarli, la confessione di Gaetano Nunziato, che si costituisce dopo l’omicidio Amendola, facendo i nomi di Tabasco e Formicola ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia: secondo Nunziato sono stati loro – insieme a Nunziato stesso – a tendere una trappola mortale ad Amendola. La punizione per essersi vantato di una relazione con la moglie di un boss: una donna intoccabile che non andrebbe nemmeno guardata.

Nunziato avrebbe dato appuntamento a Vincenzo. Tabasco si sarebbe procurato l’arma. Formicola avrebbe sparato. La cronaca dell’omicidio, nei verbali di interrogatorio di Nunziato, è agghiacciante: dal primo colpo che non parte perché la pistola si inceppa al successivo che centra un occhio di Vincenzo, mentre lui piange e chiede perdono in ginocchio. Il proiettile letale lo colpisce alla testa. Il cadavere del 19enne viene trovato dopo due settimane, il 19 febbraio. Da quel giorno inizia la fuga di Tabasco e Formicola, finita nella Tuscia un mese dopo.

Li bloccano le squadre mobili di Viterbo e di Napoli: venti uomini irrompono nel casale a Ponte di Cetti (nel covo: fotocronaca  –  slide  –  video). Un’azione fulminea per non dare tempo di reagire ai due giovani camorristi, nascosti con le nonne, la fidanzata di Tabasco e due conterranei – uno domiciliato a Viterbo – denunciati per favoreggiamento per averli aiutati a trovare rifugio.  

Accompagnato in carcere dalla squadra mobile di Fabio Zampaglione, Formicola lanciava baci ai parenti, accalcati fuori dalla questura. Tempo due settimane e il Riesame annulla l’ordinanza d’arresto: Tabasco e Formicola vengono scarcerati per motivi formali e sostanziali. Non erano state trascritte le intercettazioni telefoniche e ambientali e, a detta del collegio dei giudici, mancavano anche gravi indizi contro di loro. La Dda ha impugnato il provvedimento in Cassazione.

Stefania Moretti


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23 giugno, 2016

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