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Tribunale - Ieri l'udienza, dopo che la procura ha impugnato i precedenti "no" del gip

Sequestro porto di Marta, il Riesame prende tempo

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Marta - Il porto dall'alto

Marta – Il porto dall’alto

Il procuratore capo Paolo Auriemma

Il procuratore capo Paolo Auriemma

L'avvocato Giovanni Labate

L’avvocato Giovanni Labate

Viterbo – Il Riesame prende tempo.

Sul sequestro del porto di Marta, i giudici Silvia Mattei, Giacomo Autizi e Fiorella Scarpato potrebbero sciogliere la riserva nelle prossime ore. Al massimo, tra qualche giorno.

La procura di Viterbo si è rivolta al tribunale del Riesame dopo che per due volte, a luglio e a ottobre 2017, il gip Francesco Rigato aveva respinto la richiesta di sequestro del più grande porto del lago di Bolsena. Per il giudice per le indagini preliminari, “pur potendosi ritenere sussistenti elementi denotanti la consumazione del reato ambientale, la mera consumazione del reato non determina comunque l’insorgenza di un pericolo tale da rendere necessario il sequestro preventivo”.

Eppure per il procuratore Paolo Auriemma e il pm Massimiliano Siddi a quella banchina di 270 metri, inaugurata nel 2016 e finanziata dalla regione Lazio con fondi europei, i sigilli vanno messi. Impugnando i no del gip, si sono rivolti al Riesame. Ieri l’udienza, dopo che un errore di notifica a uno dei difensori degli otto indagati aveva fatto saltare quella del 5 novembre. In aula erano presenti il procuratore Auriemma e l’avvocato Giovanni Labate, legale del sindaco Maurizio Lacchini, della vicesindaca Lucia Catanesi, degli ex assessori Andrea Garofoli, Roberto Pesci e Cinzia Pistoni. Del segretario comunale Mariosante Tramontana, dell’ex responsabile dell’ufficio tecnico del comune di Marta Angelo Centini e dell’attuale, Giacomo Scatarcia. Gli otto indagati sono già stati raggiunti dall’avviso di garanzia.

Ieri ai giudici l’avvocato Labate ha depositato anche delle memorie difensive.

Per la procura di Viterbo quella banchina, “realizzata con esclusiva finalità idraulica” per la “salvaguardia dell’incile del fiume Marta”, sarebbe stata usata per “l’attracco e lo stazionamento delle imbarcazioni in assenza dell’autorizzazione paesaggistica”. La procura ipotizza il reato ambientale, anche per l’impatto che gli sversamenti delle imbarcazioni possano aver avuto sulle acque del lago. Oltre a un pericolo di cedimento della banchina che, nata e collaudata come opera idraulica, potrebbe non reggere il peso delle barche che vi hanno ormeggiato o vi ormeggiano. Quindi, un ipotetico pericolo per l’incolumità di chi vi passeggia.

Oltre al reato ambientale, la procura ipotizza l’abuso d’ufficio e il falso ideologico. “Poiché – spiegano il procuratore Auriemma e il pm Siddi -, in violazione della disciplina per i beni culturali e ambientali, (gli indagati, ndr) emanavano provvedimenti amministrativi come se la nuova opera idraulica fosse utilizzabile come molo portuale destinato all’attracco e allo stazionamento delle imbarcazioni. Procurando intenzionalmente un ingiusto profitto all’amministrazione del comune di Marta”.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”


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22 novembre, 2017

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