– Il balletto sulle intercettazioni è finito.
La Cassazione ha respinto il ricorso dell’imprenditore Domenico Chiavarino contro la decisione di rendere utilizzabili le intercettazioni al processo Dazio.
La vicenda è nota. L’imprenditore di Celleno è accusato insieme al figlio Dario di aver pagato tangenti per riattivare una cava dismessa. Serviva un’autorizzazione regionale, per la quale si sarebbe prodigato l’addetto all’ispettorato di polizia mineraria Giuseppe De Paolis.
Il funzionario regionale non sarebbe stato l’unico ad aiutare i Chiavarino. Ma tra i vari patteggiamenti, il processo per corruzione si è ristretto a lui e ai due imprenditori. Con la querelle sulle intercettazioni in primo piano.
Le 100mila telefonate registrate e 6500 ore di riprese video sono state off limits, finora. L’architrave dell’accusa è crollato una volta: i giudici viterbesi le annullarono clamorosamente, dando ragione alla difesa, che lamentava motivazioni carenti nei decreti del gip. Quando il collegio dei giudici cambiò, i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci chiesero la riammissione tra le prove e l’ottennero. La difesa contestò quel retrofront. L’avvocato dei Chiavarino Franco Moretti arrivò fino in Cassazione per vedersi riazzerare le riesumate intercettazioni. Alla Suprema Corte chiedeva se fosse legittimo il “ripensamento” dei giudici su una questione preliminare ormai vecchia e definita. La Cassazione ha detto sì, dichiarando valida la nuova ordinanza del tribunale di Viterbo e, di conseguenza, le intercettazioni.
Per Moretti, però, la partita è ancora aperta. “Resto convinto che le intercettazioni siano state disposte in violazione di legge – afferma -. La Cassazione ha ritenuto legittima la seconda ordinanza dei giudici. E’ chiaro che, in questo processo, saranno utilizzabili. Ma se il tribunale di Viterbo dovesse dichiararci colpevoli, impugneremo e torneremo sul tema“.
Stefania Moretti
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