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Scontro di civiltà o incontro di civiltà - Intervista a Massimo Campanini, orientalista e storico - Prima parte

“L’Islam non è una religione violenta”

di David Crescenzi

Massimo Campanini

Massimo Campanini

Viterbo – Luigi Einaudi ricordava che, per poter “deliberare”, occorre prima “conoscere”. Pertanto, se si vuole maturare un’opinione sensata sui termini del rapporto tra Occidente e Islam, bisogna innanzitutto comprendere i mondi musulmani. È con questo spirito che appariva necessario porre alcune questioni decisive a uno dei maggiori orientalisti e storici dell’Islam italiani, Massimo Campanini. 

Dopo ogni nuovo attentato, c’è chi accusa l’Islam di essere una religione intrinsecamente guerriera perché fondata sul concetto di “jihad”. È davvero così? 
“La questione dell’Islam e della violenza va affrontata partendo da almeno due premesse. La prima è che, in linea generale, le religioni tendono inevitabilmente ad avere un atteggiamento di proselitismo nei confronti dell’altro e questo si basa anche su quello che Jan Assmann chiamava la “distinzione mosaica”, cioè il fatto che le religioni monoteistiche in particolare, ma io credo le religioni in generale, oppongano la verità (la loro) alla falsità (la miscredenza degli altri). Questa è una caratteristica che è intrinseca anche al Cristianesimo e all’Ebraismo.

Infatti, la Bibbia ha dentro di sé degli elementi che sembrano talvolta indicare la necessità o la possibilità della violenza: si pensi agli incitamenti nel Deuteronomio di sterminare tutti coloro che abitano in una città che viene conquistata. In questo, almeno per quanto riguarda i testi base, l’Islam non è differente dalle altre religioni monoteiste e nemmeno da certe religioni orientali (c’è un’immagine abbastanza diffusa del Buddhismo come religione irenica, ma anche nel Buddhismo c’è un forte componente fondamentalista, aggressiva e guerriera, che di solito non è conosciuta). Comunque, assodato che il Corano e la Bibbia contengono espressioni violente (il Vangelo no, di fatto, sebbene anch’esso presenti passi che possono essere intesi in senso non pacifico), è certamente vero che nell’Islam c’è una base testuale di partenza in cui sono presenti anche degli elementi bellici e aggressivi, espressamente contemplati dal pensiero jihadista o, meglio, dal pensiero “del jihad”.

Però, e veniamo così alla seconda premessa fondamentale, dobbiamo ora chiarire una questione semantica che dovrebbe essere stranota, ma che è bene ribadire: jihad non vuol dire “guerra”, né tantomeno “guerra santa”. Jihad vuol dire “sforzo sulla via di Dio”. E sforzarsi sulla via di Dio è anche pregare, fare il pellegrinaggio, versare l’elemosina o addirittura partorire, perché c’è un hadith, cioè un detto del profeta, secondo il quale Muhammad avrebbe detto che anche il partorire è un jihad. Quindi, si tratta di uno “sforzo” a vari livelli, tra cui c’è anche quello bellico. Infatti, il pensiero del jihad, a livello soprattutto giuridico, cioè dei testi fondanti della giurisprudenza musulmana classica, ha elaborato anche il principio della guerra, che però non è tanto una “guerra santa”, quanto una “guerra legale”. Infatti, il jihad stabilisce le circostanze, i limiti e le modalità di conduzione della stessa, tra cui c’è, in talune circostanze, la necessità di propagandare e di propagare la fede. Però, specie alla luce del modernismo musulmano, il jihad in senso militare è oggi visto come fenomeno essenzialmente difensivo, perché lo sforzo bellico assurge a “obbligo comunitario” solo quando un Paese musulmano o la comunità musulmana è in pericolo”.

Date queste premesse, come si è arrivati, poi, all’odierno jihadismo violento? 
“È successo che, nel mondo contemporaneo, sebbene la questione vada posta sul lungo periodo, alcune correnti musulmane hanno ritenuto, a ragione o a torto, che l’Islam fosse aggredito, assalito, conculcato. Da chi? Dall’occidente, ovviamente. Parlavo di una prospettiva di lungo periodo perché la repressione od ostilità nei confronti dell’Islam sarebbe iniziata con l’imperialismo e il colonialismo, cioè con la sottomissione della quasi totalità dei Paesi musulmani alla dominazione coloniale.

Dominazione che ha provocato l’introduzione di ideologie estranee all’orizzonte mentale classico dell’Islam, che vanno sotto il nome di “ideologie della modernità” (democrazia, individualismo, idea di libertà intesa nel senso della Rivoluzione francese, Stato nazione, ecc.), che sono entrate in qualche modo in conflittualità con quello che era l’outlook, la prospettiva mentale e teorica originale dei musulmani. I musulmani, poi, hanno reagito a questa sfida in modo diverso. Alcuni, dalla fine dell’ ‘800 in poi, hanno abbracciato in maniera entusiastica la visione del mondo occidentale, talvolta addirittura incolpando l’Islam dell’arretratezza dei popoli e dei Paesi musulmani. Però, dall’altro lato dello spettro, alcuni hanno rifiutato il modello occidentale in nome di un ritorno alla purezza della religione. Tra quelli che hanno tentato di contrastare il modello occidentale (sullo sfondo, inizialmente, della lotta anticolonialista), alcuni hanno scelto la via della lotta armata. E questa lotta armata ha assunto il nome di “jihadismo””.

Dunque, alla base del “jihadismo” ci sono soprattutto ragioni geopolitiche e sociali? 
“È evidente che ci sono anche le ragioni socio-economiche e geopolitiche, però, forse perché sono filosofo di formazione e anche abbastanza idealista, nel senso che sono più hegeliano che marxiano, io penso che vengano prima le ragioni intellettuali delle ragioni socio-economiche. Per cui io credo che, se c’è stata una svolta estremista jihadista (o, meglio, di lotta armata più che di “jihadismo”) all’interno di queste correnti e di queste tendenze che si sono poste in alternativa e in contraddizione con l’Occidente, questo è stato determinato innanzitutto da una ricerca religiosa, intellettuale e filosofica di identità e di ritorno a un Islam originario e più autentico. Però, poi, tali esperienze sono state caratterizzate e contestualizzate, nei singoli spazi regionali, da problemi socio-economici e geopolitici che hanno evidentemente dato a questo tipo di realtà delle caratteristiche locali proprie dei singoli Paesi. Non so, della Siria diversamente che dall’Egitto o dall’Algeria”.

Quanto è diffuso l'”estremismo” votato alla “lotta armata”, oggi, nei mondi islamici? 
“Bisogna dire che, dal punto di vista strettamente numerico, il fenomeno jihadista è altamente minoritario. Poi, è importante sottolineare che non solo è minoritario ma è in contrasto con un mainstream islamico di cui non si ha notizia poiché i mass media, in generale, non ne parlano. Prendiamo il caso, in Egitto, di un’istituzione come la moschea-università al-Azhar, religiosa ma non solo, perché in essa ci sono anche facoltà moderne come quelle di ingegneria, agronomia e medicina. Al-Azhar rappresenta in Egitto, ma in generale nel mondo sunnita, una realtà istituzionale che è quella, cui mi riferivo prima, dell’Islam manistream, ossia l’Islam maggioritario, l’Islam che veramente incide e lavora in profondità nel tessuto sociale dei Paesi musulmani. E questo è molto più importante dell’Islam jihadista, dal punto di vista sia sociale che ideologico”.

Non sempre si distingue tra musulmani che predicano una riscoperta della religione delle origini, come i salafiti, e jihadisti violenti. Cosa si può dire in proposito? 
“Sul salafismo c’è un misunderstanding che va risolto: salafismo, in sé, vuol dire semplicemente “richiamarsi all’esempio degli antichi” (i salaf sono gli antichi, i compagni del Profeta soprattutto). Pertanto, il salafismo è un metodo, non è una dottrina, nel senso che, attraverso il guardare all’indietro, cerca di trovare delle nuove vie di interpretazione dell’Islam. Dunque, per quanto sembri paradossale all’osservatore non addetto ai lavori, il salafismo non è affatto teoreticamente conservatore ma è piuttosto innovatore perché, nel perseguire il rinnovamento della religione, opera anche una critica delle scuole giuridiche tradizionali. Che poi questo avvenga con un atteggiamento come quello di rivolgersi all’indietro, ossia con una forma di conservatorismo sociale, nulla toglie al fatto che, metodologicamente, il salafismo possa considerarsi innovativo. Siamo dunque in presenza di una caratteristica abbastanza particolare dell’Islam: quella di avere una concezione dell’utopia che guarda all’indietro.

Cioè, mentre noi in Occidente di norma pensiamo all’utopia come qualcosa che riguarda la costruzione nel futuro di una società migliore, nell’Islam si ha una prospettiva diversa perché, come appunto dice il salafismo, bisogna guardare all’esempio degli antichi. Peraltro, il salafismo è una realtà estremamente molteplice. Intendiamoci, la grandissima parte dei salafiti, non solo è quietista, cioè apolitica, ma addirittura ritiene la politicizzazione della religione un tradimento del messaggio dei salaf. Però, prendendo ad esempio i Fratelli Musulmani in relazione al salafismo, è vero che i Fratelli Musulmani da alcuni salafiti sono considerati negativamente perché politicizzati, ma altri salafiti li considerano negativamente perché troppo poco politicizzati. Inoltre, esiste anche una minoranza di salafiti jihadisti, ma è evidente che la comparsa di questi ha risposto a contestualizzazioni locali o ad evoluzioni teoriche che hanno riguardato certi individui o certi aspetti della dottrina che, però, non sono generalizzabili né generalizzati. Insomma, c’è una pluralità di Islam che non possono essere ridotti a un minimo comun denominatore che, in modo tanto generico quanto impreciso, dia dell’Islam una definizione di religione violenta”.

Invece, tra le frange più violente (al-Qaeda, Isis), esiste una comune matrice ideologica? 
“L’osservatore esterno è portato a considerare al-Qaeda e l’Isis come due realtà simili, se non addirittura coincidenti, soprattutto per il fatto che entrambe hanno scelto metodi di lotta armata di tipo terroristico. In realtà, sono profondamente diverse perché, per esempio, quando esisteva al-Qaeda, perché la mia opinione è che non esista più, essa era un’organizzazione di lotta transnazionale e globale che, come esplicitamente teorizzò il suo principale ideologo, Abd Allah al-Azzam, intendeva combattere il “nemico lontano”, gli occidentali, prima del “nemico vicino”, i regimi oppressivi dei paesi arabo-musulmani. Invece, se si guarda all’Isis, una delle sue caratteristiche fondamentali è stata quella di cercare un radicamento territoriale in loco, prima in Iraq, poi in Siria, adesso forse in Libia. Quindi, l’Isis ha preferito la lotta al “nemico vicino”.

Si pensi poi alla questione del Califfato. I teorici di al-Qaeda (da al-Azzam, a Bin Laden ad al-Zawahiri) non hanno mai parlato del Califfato come di un loro obiettivo primario. Invece, l’Isis, fin dall’inizio, ha agitato questa bandiera del Califfato in maniera ideologica, perché il Califfato è il simbolo della grandezza dell’Islam, di quando l’Islam era grande, potente e rispettato. Ma c’è un’altra grande differenza anche quanto alla metodologia del terrorismo. Al-Qaeda colpiva obiettivi che, in qualche modo, potevano essere considerati normali obiettivi militari. L’Isis, invece, ha fatto ricorso a un terrorismo più indiscriminato, soprattutto negli stessi Paesi arabi, particolarmente sanguinario, violento, e, dal punto di vista della comunicazione, di impatto”.

Come reputa che dovrebbe essere impostata la lotta alle frange terroristiche?
“Quando si parla di lotta al terrorismo, si alimenta un equivoco abbastanza pretestuoso: infatti, porsi come obiettivo il contrasto del terrorismo equivale a dire, in una guerra convenzionale, che si debba far guerra ai cannoni. Ma la guerra si fa a chi manovra i cannoni, non ai cannoni. Il terrorismo è una tattica, uno strumento di combattimento. È come un cannone in una guerra convenzionale. Quindi, parlare di lotta al terrorismo è un puro non senso. È semplice propaganda con cui, secondo me, si getta fumo negli occhi alla gente, per non farla riflettere su quelle che sono le radici del fenomeno. Infatti, le strategie di contrasto sono efficaci solo se eliminano le ragioni che, in un dato contesto, trasformano una persona in terrorista. Così, andare alle radici della radicalizzazione dell’Islam, in medio oriente, significa risalire, per poterlo poi affrontare, al risentimento verso gli elementi oppressivi connessi ai processi di colonizzazione, decolonizzazione e modernizzazione. In altri contesti, significa risalire a qualcos’altro.

Nei paesi occidentali, un primo dato significativo è che il terrorismo jihadista è stato praticato (a Londra, a Nizza, a Barcellona) da persone di origine, bensì araba, soprattutto maghrebina, ma che erano inglesi, francesi e spagnoli. Ed erano inglesi, francesi e spagnoli non solo per nascita, ma addirittura per educazione. Gli attentatori di Barcellona, ad esempio, erano dei normali ragazzi che avevano frequentato delle normali scuole catalane. Allora, questo vuol dire che la spiegazione di questo terrorismo non deve essere ricercata tanto nell’Islam o in medio oriente, ma deve essere cercata qui.

Perché, se dei ragazzi ventenni come gli attentatori di Barcellona, che a quanto si dice erano dei ragazzi assolutamente normali e comuni, improvvisamente si sono trasformati in terroristi assassini, vuol dire che qui c’è qualcosa che non va: però, non nel fatto che erano di origine maghrebina o che erano musulmani, ma nella nostra società, che evidentemente non è stata capace di trasformare questi ragazzi, immigrati di seconda generazione, in cittadini europei. Del resto, per etichettare questo terrorismo jihadista come “fenomeno islamico” sarebbe occorso che i suoi autori fossero in grado di interpretare il Corano e i detti del Profeta. Ma questi testi sono scritti in arabo antico, non in arabo moderno e nemmeno in dialetto marocchino, che era quello che probabilmente parlavano questi ragazzi. Per cui, questi ragazzi, a mio avviso (non ne ho la prova provata ma ci scommetterei), non sarebbero stati in grado di leggere e di capire veramente l’arabo classico, perché per accedere ai testi ci vuole una specifica preparazione grammaticale, religiosa e culturale.

Quindi, la loro è stata una trasformazione ideologica che non può essere attribuita al Corano. Semmai, dovremmo accettare che questo terrorismo è un effetto della crisi del mondo occidentale, il sintomo del fatto che la nostra società non offre più risposte ai giovani musulmani nati qui. E quindi che fanno questi ragazzi? Ritornano all’Islam, ossia alla loro identità primaria e originaria. Ma se, in questo ritorno, essi assumono delle espressioni estremiste fino ad arrivare al terrorismo, ciò dipende da una contestualizzazione storica e sociale particolare, locale. Allora, da questo punto di vista, è importante rendersi conto che l’attribuzione della colpa di questi fenomeni all’Islam in quanto tale è puramente surrettizia e pretestuosa. Per cui, tra gli strumenti per contrastare il terrorismo, quello fondamentale é, in ultima analisi, la comprensione. E la comprensione si ottiene attraverso la conoscenza, ossia facendo conoscere alla gente quello che l’Islam è veramente e i motivi storici, sociali, economici, geopolitici che provocano, in un dato contesto, un certo tipo di radicalizzazione e di evoluzione estremista”.

David Crescenzi


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20 novembre, 2017

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