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Carcere duro - Relazione del garante nazionale dei detenuti al parlamento - In un anno tre ispezioni nel penitenziario di Viterbo

Mammagialla, 49 detenuti al 41 bis

di Raffaele Strocchia

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Viterbo - Il carcere di Mammagialla

Viterbo – Il carcere di Mammagialla

Presentazione del rapporto del garante nazionale dei detenuti al parlamento - Mauro Palma

Relazione del garante nazionale dei detenuti al parlamento – Mauro Palma

Stefano Anastasia

Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio

Viterbo – Mammagialla, sono 49 i detenuti al 41 bis. Ovvero, il cosiddetto carcere duro, istituito nell’86 dalla legge che porta il nome dell’allora senatore della sinistra indipendente Mario Gozzini. Il dato emerge dall’ultima relazione al parlamento del garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Il rapporto è stato presentato a Montecitorio alla presenza del capo dello stato Sergio Mattarella, del presidente della camera Roberto Fico, del premier Giuseppe Conte, del presidente della corte costituzionale Giorgio Lattanzi, e del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

In Italia i detenuti al 41 bis sono 749, di cui dieci donne. Sono reclusi negli undici carceri duri della penisola. Tra cui quello di Viterbo, che ne ospita 49. Nella relazione il garante nazionale dei detenuti spiega: “Le misure del regime speciale ‘non possono consistere in restrizioni della libertà personale ulteriori rispetto a quelle che già sono insite nello stato di detenzione’ ed essere ‘diverse da quelle riconducibili alle finalità di ordine e sicurezza proprie del provvedimento ministeriale. Le misure disposte non possono violare il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità né vanificare la finalità rieducativa della pena’”.

Quattro le criticità del 41 bis riscontrate da Palma durante le sue visite nei penitenziari italiani. “L’esistenza di aree riservate, l’internamento in misura di sicurezza con il regime del 41 bis, la reiterazione dei provvedimenti applicativi e la mancata ottemperanza da parte delle direzioni degli istituti delle ordinanze della magistratura di sorveglianza che accolgono reclami e istanze inerenti il rispetto di diritti delle persone ristrette. Profili che presentano il rischio di contraddire la legittimità costituzionale dell’istituto”. Si sottolinea che con aree riservato si intendono quelle “sezioni destinate alle figure apicali delle organizzazioni criminali, in cui si applica un regime detentivo di ancora maggior rigore rispetto a quello del 41 bis”.

Per risolvere queste criticità il garante si è appellato al parlamento. Ma evidenzia: “La materia che interessa il regime speciale è composta di questioni la cui complessità non consente risposte semplificate o di facile impatto mediatico. Sono questioni che richiedono soluzioni graduali e condivise tra tutte le istituzioni interessate, nella direzione della doverosa ricerca della linea di compatibilità tra le esigenze preventive di interesse generale e i principi inderogabili della carta costituzionale”.

Dalla relazione emerge anche che dal primo gennaio 2018 al 31 gennaio 2019 sono state 12 le visite ad hoc del garante dei detenuti del Lazio nei penitenziari della regione. Due hanno riguardato Mammagialla. La prima, del 20 gennaio 2018, nel reparto di medicina protetta presso l’ospedale di Belcolle. La seconda, del 20 novembre 2018, nella sezione 41 bis del carcere. L’ispezione nel reparto di medicina protetta di Belcolle “è rientrata – spiega il rapporto – nell’accertamento delle strutture in grado di ospitare detenuti con particolari patologie”.

I reparti di medicina protetta sono unità autonome nell’ambito dell’ospedale di appartenenza, destinate esclusivamente ai detenuti per la cura delle patologie che non possono essere affrontate in ambiente penitenziario. Nati con l’obiettivo di offrire ai detenuti ricoverati tutti i servizi specialistici presenti nel nosocomio e di assicurare un elevato livello di sicurezza, oggi i reparti sono dieci e hanno dai quattro ai 22 posti letto. “Sono strutture – sottolinea la relazione – anche ben attrezzate dal punto di vista medico, ma pensate per ricoveri molto brevi e che non sono adeguate a degenze lunghe. Il detenuto-paziente, infatti, rimane tutto il giorno all’interno della stanza, privo delle possibilità di uscire all’aperto, di avere momenti di socialità, di seguire un percorso trattamentale come è invece garantito nella detenzione in carcere. Perché mancano materialmente gli spazi, i locali e le risorse necessari per queste attività”.

Alle visite ad hoc di gennaio e novembre 2018, si deve aggiungere l’ultima. Quella del 22 febbraio scorso, sempre a Mammagialla.

Nel rapporto anche il ricordo, amaro, dei due suicidi avvenuti lo scorso anno nel carcere di Viterbo. Alle 22 del 21 maggio il detenuto Andrea Di Nino, 36 anni, viene trovato impiccato nella sua cella. Era in isolamento, e dal penitenziario sarebbe uscito di lì a un anno. “Per prevenire questi tragici eventi – denunciò il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia – non bisogna cercare le responsabilità ultime: chi dovesse vigilare o perché non fosse stata disposta un’adeguata vigilanza. Ma serve un intervento di sistema, sull’intero ambiente penitenziario, che renda più accettabili le condizioni di detenzione e le relazioni umane all’interno del carcere, che faciliti quelle con l’esterno e che limiti alle estreme necessità l’isolamento, considerato dall’organizzazione mondiale della sanità e dallo stesso accordo stato-regioni una vera e propria condizione a rischio suicidario”.

Il 23 luglio, invece, Hassan Sharaf, detenuto egiziano di 21 anni, viene trovato impiccato nella cella d’isolamento dove era appena stato trasferito. “Per scontare – rivelò il garante Anastasia – una sanzione disciplinare per un fatto risalente a marzo. Appena arrivato in sezione, tempo due ore, si è impiccato”. Sharaf muore dopo una settimana di agonia all’ospedale di Belcolle. Nel reparto di terapia intensiva, dove era stato ricoverato in coma. Da Mammagialla, dove era arrivato (da un carcere di Roma) a luglio 2017, sarebbe uscito da lì a un mese. Il caso, sul quale la procura di Viterbo ha aperto un’indagine contro ignoti per istigazione al suicidio, è diventato di livello internazionale. È stato per giorni sulle pagine dei principali organi d’informazione egiziani e, per almeno due volte, le autorità del Cairo sono venute in città.

Nel rapporto anche le note di Anastasia su questi due suicidi. Una è indirizzata al direttore del carcere di Viterbo, Pierpaolo D’Andria, e ha ad oggetto la richiesta di chiarimenti sull’esecuzione della pena di Sharaf. Secondo il garante, “Hassan non doveva essere a Viterbo. Gli ultimi mesi che gli restavano da scontare erano per una vecchia condanna del tribunale per i minorenni. E quand’è così la legge consente ai giovani adulti, ovvero ai ragazzi tra i 18 e i 25 anni, di espiare la pena in un istituto minorile”.

L’altra nota contiene un esposto e una richiesta di incontro urgente al procuratore capo di Viterbo circa “asseriti episodi di violenza a Mammagialla”. A giugno 2018 Anastasia invia alla procura del capoluogo della Tuscia un esposto con le dichiarazioni, tra cui quelle di Sharaf, di una serie di “detenuti che lamentavano di essere stati vittime di abusi da parte degli agenti di polizia penitenziaria, in specie nella sezione d’isolamento” del carcere di Viterbo.

Raffaele Strocchia


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8 aprile, 2019

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