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L'opinione del sociologo Mattioli

Chiusura del centro? Yes we can!

di Francesco Mattioli
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Un momento di grande traffico in centro

– Il centro storico di Viterbo corrisponde al tessuto urbano interno alle mura; non è un’affermazione scontata, perché non in tutte le città di origine medievale questo accade, in quanto molte di esse non hanno più le mura originarie.

Il centro storico viterbese risale in parte ai secc.XIII-XIV (San Pellegrino, Pianoscarano, un pezzo di San Faustino), in parte ai secc.XV-XVII (piazza del Plebiscito, via Cavour, piazza del Teatro, piazza della Rocca): la struttura urbana è stata pensata e costruita per i modelli di vita di quei secoli, in cui non c’era l’energia elettrica, il commercio era di modeste dimensioni e, soprattutto, non esisteva traffico automobilistico.

Se osserviamo alcune foto di fine ‘800 possiamo immaginarci grosso modo quale era l’uso che i cittadini facevano del centro storico della città: spostamenti a piedi o con qualche carretto a trazione animale, commercio ambulante e qualche fondaco.

Il tempo è passato, la città è cambiata, come sono cambiati gli stili di vita; anzi, ad essere più precisi, l’uso della città si è completamente trasformato negli ultimi venti anni: ad esempio, le città oggi sono progettate in relazione alle infrastrutture di trasporto e al traffico automobilistico, tant’è che la residenzialità si sposta verso le periferie, mentre le aree commerciali e sportive si stanziano ai margini del tessuto urbano per consentire un accesso più facile e soprattutto per offrire ampie possibilità di parcheggio.

Mi diceva ad un recente convegno il grande sociologo francese Alain Touraine, pur con una punta di amarezza, che oggi un esercizio commerciale o uno studio professionistico che non hanno un parcheggio per i clienti è destinato a fallire.

Facile da comprendere: anche a Viterbo ci sono innumerevoli locali commerciali vuoti, e sono tutti concentrati nelle zone dove mancano i parcheggi. Ostinarsi a combattere queste tendenze, che coinvolgono tre quarti del mondo (l’altro quarto non ha problemi di questo genere solo perché vive nella giungla o nel deserto) può appagare uno spirito sognatore che guarda all’arcadia, ma di fatto è una battaglia di retroguardia condannata alla sconfitta.

Meglio tenerne conto e progettare soluzioni che si ispirano ad uno sviluppo sostenibile: comunque ad uno sviluppo, che non consente di tornare all’età della pietra.

Se le cose stanno così, il centro storico di Viterbo è nato in altri tempi e per dare altre risposte, quindi non si presta ad essere utilizzato dal traffico automobilistico. In caso contrario, avremo affollamento, inquinamento, inagibilità, impossibilità di fruizione degli spazi urbani, danni alle strutture architettoniche, stravolgimento delle destinazioni d’uso degli spazi e degli arredi urbani; inoltre, pretenderemo di svolgere certi tipi di servizi e di attività commerciali che non possono essere adeguatamente remunerative per l’esercente e neppure per il cliente. Punto.

Allora, la risposta, quale sarebbe? Lasciare il centro storico al suo destino, la sua musealizzazione, il declino progressivo e inevitabile, la sua marginalizzazione sociale ed economica, insomma la sua lenta agonia e infine la sua distruzione per consunzione?

I mille esempi che ci provengono da numerose città italiane e straniere ci dicono il contrario, purché si creino le condizioni per un diverso modello di uso e di riuso del centro storico.

Sul piano della difesa dell’integrità architettonica, è chiaro che il traffico motoristico deve essere portato ai minimi termini; sul piano della fruizione, è necessario che piazze e vie vengano restituite ai pedoni e comunque a forme di spostamento a bassissimo impatto energetico e ambientale; sul piano della residenzialità è tassativo che chi vi abita agisca sapendo di vivere e di usare un bene irripetibile che è di tutta l’umanità; infine, e forse innanzitutto, le attività commerciali che vi si svolgono devono essere coerenti con la vocazione storico-culturale del centro storico e devono essere progettate in modo da creare poli di attrazione specifici per una popolazione di consumatori.

Tutto ciò, altrove, ha comportato: il blocco del traffico motoristico con l’istituzione di isole pedonali integrali e di ztl; l’incentivazione dell’uso pedonale e a bassa energia del centro storico, adottando mezzi pubblici di penetrazione urbana a trazione elettrica, piste ciclabili, scale mobili, ascensori, e soprattutto vasti parcheggi di scambio ai margini del centro storico; valorizzando il tessuto architettonico con un adeguato intervento sull’arredo urbano e restaurando immobili come contenitori di interesse sociale e culturale; inasprendo i controlli sull’uso degli spazi urbani;

concependo le aree commerciali come veri e propri centri commerciali autonomi e integrati, in grado di offrire servizi, facilitazioni, occasioni, vigilanza, parcheggi dedicati; incentivando e migliorando le attività di accoglienza turistica e di promozione dei prodotti locali;

progettando campagne di attrazione turistica in grado di supportare le attività economiche svolte nel centro storico; offrendo vantaggi e benefit particolari a chi vive e opera nel centro storico in rispetto delle sue regole particolari; incrementando la vigilanza in genere, in specie notturna, al fine di definire il centro storico come oasi di sicurezza piuttosto che come buco nero della città; utilizzando il centro storico tutto l’anno come uno scenario privilegiato per attività ricreative, culturali e di aggregazione sociale.

Viterbo è in grado di fare tutto questo? Un handicap questa città ce l’ha: ha un centro storico molto vasto, ma questo non è un alibi, semmai una sfida, anzi un opportunità. Sia gli abitanti che i commercianti mi sembra che abbiano maturato un atteggiamento ben diverso da quello di trent’anni fa, quando erano chiusi a qualsiasi ipotesi di blocco del traffico motoristico. Gli amministratori appaiono più consapevoli del problema e più informati di quel che avviene oltre l’orizzonte. Molte iniziative utilizzano e valorizzano gli spazi del centro, e non tutte necessariamente nelle sere estive.

E’ giunto il momento di decidere che cosa vuol fare da grande, questa città. Ci sono segnali incoraggianti, proposte, progetti, dichiarazioni di disponibilità; ci sono referendum, sondaggi, altri se ne potrebbero fare, di valore scientifico garantito, che potrebbero costituire un punto di riferimento ineludibile sulla volontà della maggioranza dei cittadini viterbesi, a cui tutti, parti sociali, interessi privati, amministratori, dovrebbero inchinarsi.

E’ vero che dietro a tante disponibilità di facciata potrebbero celarsi resistenze nascoste, di quelle che la tirano per le lunghe con la speranza che nulla in realtà cambi: si riconoscono perché subito dopo aver osannato i provvedimenti più illuminati, utilizzano alcune particelle avversative o dubitative del tipo: ma…, però…, tuttavia…, allo stato attuale…, in realtà…, prima è necessario che…, magari solo…. ecc.

Sembrano realisti, responsabili, cultori del “meglio un poco concreto che un tanto irrealizzabile”, persino ossequiosi verso i bisogni dei cittadini: in realtà molti di loro covano un inconfessato misoneismo, una malcelata speranza che tutto si muova perché nulla si muova veramente.

Mai come in questo caso, invece, potrebbe valere il vecchio slogan del maggio francese: siamo realisti, vogliamo l’impossibile; se non ci si riappropria della capacità di sognare, di tentare, di volare alto, di essere all’avanguardia piuttosto che a rimorchio di un mondo che fuori di qui cresce e corre, saremo condannati a essere ciò che siamo da sempre: un grosso paesone abitato da gente che preferisce dormire piuttosto che vivere, che si accontenta di consumare piuttosto che immaginare e creare, abbastanza ignorante da fare spallucce di fronte a un mondo che cambia e sufficientemente infingarda per vedere il domani come un rischio piuttosto che come una possibilità.

We can? Sì, se tutti saranno convinti e , soprattutto, se daranno un aiuto reale, senza abbandonarsi a quello che per anni è stato lo sport più vincente dei viterbesi, in specie di certi politici viterbesi, quello che ci immobilizza da almeno un secolo: criticare defilandosi e aspettare che l’altro faccia un piccolo sbaglio per crocifiggerlo e godere del suo calvario.

Francesco Mattioli


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8 settembre, 2011

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