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– Ha gli occhi impauriti, ma la voce calma di chi è schiacciato dal dolore.
Con lo sguardo fisso di fronte a sé risponde a tutte le domande con una tranquillità disperata, una specie di apatia.
Soter Mulé, l’ingegnere di 43 anni residente a Nepi, accusato di omicidio colposo per la morte di Paola Caputo, la 24enne che insieme a lui e un’altra amica aveva partecipato al gioco erotico finito in tragedia il 10 settembre scorso, è stato ospite sabato sera di Franca Leosini, su Rai Tre, in una puntata di “Storie Maledette” in onda in seconda serata.
Mulé ha risposto a tutte le domande della giornalista spiegando punto su punto come è nata la sua passione per il bondage, il gioco sessuale estremo nel quale chi lo pratica viene legato con delle corde.
“Lo scopo del bondage – spiega Mulé – è quello di evocare emozioni. Non è finalizzato solo al sesso e non è detto che sia preceduto o seguito da un vero e proprio rapporto sessuale. Ha radici antichissime e si basa su una concezione estetica di bellezza delle corde stesse e dei corpi che con esse vengono legati”.
Soter Mulé, di professione ingegnere, è cresciuto in una famiglia molto cattolica. Il padre è un insegnante e un teologo, la madre è una stilista. Fin da piccolo frequenta scuole religiose e si definisce un cattolico, anche se non molto praticante.
La passione per le corde, i nodi e i lacci inizia in giovanissima età. “Già da quando frequentavo le scuole elementari – racconta – ero appassionato dai nodi e dai lacci. Mi piaceva sciogliere e legare qualsiasi cosa anche le semplici stringe delle scarpe o delle felpe”.
Un interesse che in quegli anni ancora non era legato al sesso.
“Intorno alla trentina – continua Mulé – ho cominciato ad avere contatti con una cerchia di persone che praticavano il bondage. E’ una pratica che mette in stretta relazione chi lo pratica. Si crea una sorta di empatia. C’è un rapporto di stima, fiducia e di amore che si instaura quando ci si lega con delle corde”.
Una pratica, gli suggerisce però la giornalista durante l’intervista, che si inserisce nel mondo del “sesso estremo”.
“No non lo definirei estremo – replica con calma Mulé -. E’ difficile dire cosa sia normale e cosa non lo sia. Credo che ciò che viene definito dalla maggior parte delle persone “normale” sia legato a una tradizione storica del sesso. Il bondage è una forma particolare per provare il piacere, ma non è anormale”.
Soter Mulé frequenta dei corsi, partecipa a delle esibizioni che di solito avvengono in discoteche particolari e studia i rischi e le accortezze da prendere quando si pratica il bondage e non la definisce affatto un’ossessione o una malattia.
“Il bondage – dice – non provoca danni psicologici. Certo mi è capitato che alcune persone abbiano preso le distanze da me quando sapevano che lo praticavo, ma io non lo rinnego. Può essere pericoloso, ma se si seguono le dovute accortezze non c’è assolutamente niente di male. Anzi. Le persone che fanno bondage si sentono serene, al sicuro”.
Eppure la sera di quel tragico 10 settembre la sicurezza e l’accortezza non sono bastate a salvare Paola, la 24enne morta durante il gioco erotico di Mulé che era stata legata con delle corde in un garage insieme a un’altra coetanea, Federica.
“Io non ho mai voluto fare del male alle due ragazze – racconta Mulé tornando con la mente a quei momenti di paura -. Non so cosa sia successo di preciso, ma ciò che è certo è che le due giovani donne erano consenzienti e coscienti”.
I tre, Soter Mulé insieme a Paola e Federica, aveva passato la serata insieme, poi avevano di comune accordo deciso di praticare il bondage nel garage di un palazzo in cui ha sede l’Agenzia delle Entrate, dove lavorava Federica.
Paola era amica di Mulé da molto tempo e non era la prima volta che i due facevano certe cose. “Tra di noi c’era una grande amicizia – aggiunge – ci volevamo molto bene. Paola non aveva mai detto ai genitori questa cosa e nemmeno io ai miei, ma eravamo pienamente consapevoli di cosa facevamo. Era la prima volta che anche Federica partecipava, ma comunque anche lei l’ha fatto del tutto spontaneamente”.
Mulé racconta poi nel dettaglio spiegando come ha legato le due ragazze.
“Prima ho legato Federica – dice – poi Paola. La prima aveva un piede leggermente sollevato da terra, mentre la seconda poggiava entrambi i piedi. Non erano sospese. Non c’era alcuna situazione pericolosa che potesse far loro del male. Le corde non erano in tensione”.
Ma le corde, precisa la giornalista, erano molto vicine al collo e poi non dimentichiamoci che Paola pesava 120 chili, un dato del quale tener conto e che poteva provocare degli sbilanciamenti.
“Paola e Federica stavano bene – replica Mulé – me lo hanno assicurato loro stesse. La loro respirazione non era né limitata né compromessa. Le corde passavano sì vicino al collo, ma c’erano dei nodi che bloccavano e che impedivano che le due ragazze potessero strangolarsi”.
Eppure qualcosa è andato storto. “Paola si è accasciata improvvisamente – ricorda – e così facendo ha spostato anche Federica che a sua volta ha accusato problemi respiratori. A quel punto ho cercato il coltello che Federica aveva nella sua borsa, ma la borsa non era lì, sono corso in macchina, l’ho preso e sono tornato a tagliare le corde”.
Per Paola però non c’era più nulla da fare. “Federica si è ripresa, Paola no – ricorda ancora Mulé –. Io ho fatto il possibile, poi ho subito chiamato il 112. Non pensavo alle conseguenze, continuavo a credere che si salvasse. Ancora non riesco a capacitarmene”.
Soter Mulé la sera dopo l’incidente è stato arrestato con l’accusa di omicidio preterintenzionale e ha passato tre notti in carcere, poi il gip gli ha concesso i domiciliari e ha alleggerito l’accusa in omicidio colposo. La mamma di Paola ha usato delle parole durissime nei confronti di Mulé e lui ora rischia di tornare in carcere e di passarci molto tempo.
“Il carcere mi fa paura – conclude – ma so che io in questa storia sono quello che sta messo meglio di tutti. Paola non c’è più e capisco il dolore dei suoi familiari, ma nessuno, tantomeno io, ho mai voluto farle del male. Era una persona splendida, eccezionale. Sono profondamente addolorato”.
Un gioco finito in tragedia. Un divertimento che è costato la vita a una 24enne. Eppure non basta a Soter Mulé per stigmatizzare il bondage.
“Ora come ora è una cosa distante da me – conclude -. Come lo è tutto. Ormai ho perso interesse per qualsiasi cosa e non penso di rifarlo. Però non lo rinnego. Non lo rinnego come esperienza di vita né come cosa sbagliata o malata”.
Francesca Buzzi
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