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Reggio Calabria - Associazione di stampo mafioso e riciclaggio - Processo con rito abbreviato per la maggior parte degli arrestati - Ieri la requisitoria del pm De Bernardo

‘Ndrangheta nella Tuscia, chiesti 12 anni per Domenico Nucera

di Stefania Moretti
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Domenico Nucera

Domenico Nucera

Alberto Corso

Alberto Corso

Augusto Corso

Augusto Corso

Antonio Nucera

Antonio Nucera

Carmelo Nucera

Carmelo Nucera – nato nel 1950

Carmelo Nucera

Carmelo Nucera

Raffaele Nucera

Raffaele Nucera

Giuseppe Nucera

Giuseppe Nucera

Girolamo Zindato

Girolamo Zindato

Domenico Vitale

Domenico Vitale

Pietro Roda'

Pietro Roda’

Antonino Casili

Antonino Casili

Reggio Calabria – Dodici anni di reclusione.

E’ la condanna chiesta dal pm Antonio De Bernardo per Domenico Nucera, 43 anni, calabrese residente a Graffignano prima della maxi ordinanza di custodia cautelare che lo ha spedito in carcere.

Nucera è uno degli arrestati dell’operazione antindrangheta “El Dorado”. Quello che voleva fare di Canepina una “Gioia Tauro 2”. Lo rivelano le intercettazioni dell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria: ventidue arresti per il fiume di denaro presumibilmente riciclato da aziende viterbesi ortofrutticole e di trasporti. Un’operazione di vasta portata scattata nel maggio 2013 e ora arrivata a processo.

Ieri la prima udienza davanti al gup Adriana Trapani, per la requisitoria dell’accusa. Possono aspirare all’assoluzione solo gli imputati Domenico Vitale e Roberto Raso, l’ultimo residente a Mazzano Romano e noto anche alle forze dell’ordine viterbesi.

Per tutti gli altri, il pm De Bernardo ha chiesto condanne dai cinque ai diciott’anni. La più alta per Antonio Nucera (classe ’55). Dopodiché, a scalare, tutta la famiglia e, in generale, i presunti affiliati alla cosca di Gallicianò: quattordici anni per Giuseppe Nucera, dodici per Domenico, dieci per Antonio (classe ’41). Chiesti otto anni per Antonino Casili, Diego Nucera, Pietro Rodà e Girolamo Zindato. E ancora sei anni per Francesco Nucera e per i due Raffaele e Carmelo della stessa famiglia. Infine, la richiesta di 5 anni di reclusione e 10mila euro di multa, per gli imputati Concetto Manti e Domenico Foti, e la confisca delle aziende, viterbesi e non, che avrebbero riciclato i capitali della ‘ndrangheta. Parti civili, la regione Calabria, la provincia di Reggio e il comune di Condofuri, che hanno depositato le loro richieste di risarcimento agli imputati. Le difese parleranno a settembre.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e dal sostituto De Bernardo, portò alla luce la straordinaria capacità di penetrazione della ‘ndrangheta, al sud Italia come più a nord. Gli inquirenti scoprirono ben tre cosche nel solo paese di Condofuri (Reggio Calabria). Cinquemila anime e il potere criminale annidato perfino nelle frazioni. Quella di Gallicianò sarebbe stata territorio dei Nucera. Presunti riciclatori di capitali sporchi anche di altre famiglie calabresi.

Ed è qui che entra in gioco il Viterbese, El Dorado della ‘ndrangheta. Tra gli arrestati ci sono i due fratelli di Canepina Augusto e Alberto Corso, per i quali si procede a parte, col rito ordinario. Alberto, il più giovane e il più intraprendente dei due, sarebbe stato “contrasto onorato”, cioè iniziato alla carriera di ‘ndranghetista proprio da Domenico Nucera, che gli avrebbe promesso una scalata fulminea dopo il battesimo e l’affiliazione formale. Dalle indagini, iniziate nel 2009, risulta che i Corso erano in affari con Domenico Nucera.

Stupisce la curiosità di Corso per il cerimoniale della ‘Ndrangheta e la ripartizione delle cariche. L’imprenditore canepinese vanta un primato assoluto per la provincia: gli inquirenti lo ritengono a tutti gli effetti affiliato all’onorata società.

Nell’inchiesta dei pm calabresi, il Viterbese diventa la lavatrice dei proventi criminali, tramite le aziende facenti capo a Corso e Nucera, tra Graffignano, Vignanello e Canepina. I capitali sporchi della ‘ndrangheta si lavano qui, per poi tornare in Aspromonte in comode rate mensili da 7500 euro. Più 50mila euro una tantum. Il totale accertato dagli inquirenti sarebbe di oltre 600mila euro.

I fratelli di Canepina si sarebbero finora difesi parlando di difficoltà economiche. Ma anche di usura. Uno scenario che, per ora, resta al vaglio degli inquirenti. Mentre le parole di Domenico Nucera ai familiari suonano ancora come un allarme inquietante per la provincia: “Ma sapete che vi consiglio io? Salite per sopra, che stiamo una bellezza là…”.

Stefania Moretti 

 

 

 

 


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10 luglio, 2014

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