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Canepina - Sconto ridotto in appello per l'imprenditore di Canepina, condannato per associazione di stampo mafioso

‘Ndrangheta, nove anni ad Alberto Corso

di Stefania Moretti
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Alberto Corso

Alberto Corso

Canepina – ‘Ndrangheta, nove anni di carcere per Alberto Corso. 

Regge anche in appello la condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso per l’imprenditore 41enne di Canepina arrestato nel 2013, nell’operazione El Dorado.

L’indagine, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, era seguita dall’allora procuratore aggiunto Nicola Gratteri e dal sostituto procuratore Antonio De Bernardo. 

Un blitz che fece molto rumore nella Tuscia: oltre a Corso, finirono in manette il fratello maggiore Augusto, poi assolto, e Domenico Nucera, 46enne calabrese residente a Graffignano da almeno dieci anni. Con una famiglia numerosa in Calabria e qualche parente che, ogni tanto, faceva la spola tra il Reggino e il Viterbese. 

L’accusa era di aver messo in piedi un oliato sistema di riciclaggio di capitali sporchi che, dall’Aspromonte, risalivano la penisola fino a Viterbo, per il “lavaggio” nelle ditte amministrate da Corso e dai fratelli Nucera.

Ventidue persone in arresto. Due processi ancora in corso (per le diverse strategie difensive degli imputati, tra chi ha scelto il rito abbreviato e chi l’ordinario) e diverse assoluzioni. Ma il cuore dell’impianto accusatorio ha retto, compreso quel sistema di riciclaggio che, all’inizio, sembrava sconfessato dalle prime sentenze: gli imputati per riciclaggio furono assolti. Ma solo per una questione tecnica, come si legge sulle motivazioni dei giudici: in realtà, il reato di riciclaggio è stato inglobato dall’accusa di associazione di stampo mafioso.

Per Corso la prima condanna risale al 3 luglio 2015: il tribunale di Reggio Calabria gli ha inflitto dieci anni. Che adesso diventano nove. Mentre per l’unico imputato rimasto a processo con Corso, Tommaso Mesiano, difeso dagli avvocati Marco Martino e Francesco Demetrio Floccari, è arrivata l’assoluzione in appello, dopo una condanna a nove anni in primo grado. 

Nella sentenza d’appello (e di primo grado) Corso viene definito “soggetto preposto a ripulire il denaro sporco”. E a nulla sono valsi gli sforzi della difesa per accreditarlo in aula come “vittima” dei Nucera e di un presunto giro di usura che avrebbe giustificato quei passaggi di denaro dal sud al centro Italia. 

Per i giudici, l’imprenditore canepinese “decideva di operare un finanziamento illecito” delle sue aziende, “a seguito di una situazione di seria mancanza di liquidità”. In pratica, una scelta deliberata di mettersi in affari con la ‘ndrangheta, sintetizzata dai giudici come “patto tra Corso e i Nucera”. 

L’imprenditore nostrano voleva prima soldi facili. Poi ha voluto di più. La sentenza d’appello riporta le famose intercettazioni dei dialoghi tra Alberto Corso e Domenico Nucera. L’intenzione di fare di “Canepina una GioiaTauro 2”. L’entusiasmo di Corso alla prospettiva di una futura ascesa nella cosca: da “contrasto onorato”, già affiliato in attesa di battesimo, a “picciotto” e poi “sgarrista”. 

Per i Nucera, era affettuosamente “Roberto”, un “compare”, “uno dei nostri”. A Corso, invece, piaceva quella “gente di polso” e “l’idea di prendere decisioni di chi deve vivere e di chi deve morire”. 

Stefania Moretti


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25 settembre, 2017

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