Viterbo – “Una volta abbiamo assistito un bracciante indiano che lavorava in un’azienda di allevamento e dichiarava di non percepire un salario da almeno 3 anni”. E’ soltanto una delle testimonianze raccolte in un libro uscito nel 2020 a firma di Francesco Carchedi, Maggioli editore, su come “vengono sfruttati i braccianti nella Tuscia”. Una raccolta di testimonianze che fotograferebbe la situazione delle campagne viterbesi nella fase precedente la pandemia. Quasi 200 interviste a sindacalisti, giornalisti, avvocati, imprenditori, mediatori, operatori sociali, sacerdoti, suore, agenti di polizia, magistrati e appunto braccianti. Parte integrante di un progetto Rete antitratta della regione Lazio, cofinanziato dal dipartimento delle pari opportunità del consiglio dei ministri.
Il titolo: “Vite capovolte. La tratta degli esseri umani. Pratiche di sfruttamento sessuale e lavorativo sul territorio laziale”. Una ricerca alla quale hanno preso parte anche Flai Cgil, Uila, Uil, Cesv, Caritas e Arci.
Francesco Carchedi è docente presso il dipartimento di scienze sociali-Stess dell’Università di Roma La Sapienza. Studioso dei processi migratori, delle politiche sociali e dei servizi rivolti agli immigrati, nocche della tratta di esseri umani a scopo di grave sfruttamento sessuale e lavorativo. Oltre che per Maggioli, ha pubblicato anche per Franco Angeli, l’Osservatorio Placido Rizzotto della Cgil e Rubettino.
Braccianti agricoli durante la Fase 1 dell’emergenza Covid
Prima ancora del libro di Carchedi, le inchieste di Tusciaweb, ricordate dal sindacalista della Flai Cgil Massimiliano Venanzi in un suo recente intervento su questo giornale. Inchieste iniziate nell’estate del 2018. Dopodiché la violenta aggressione verbale subita da tre sindacalisti della Cgil, tra cui lo stesso Venanzi, e un giornalista, sempre di Tusciaweb. Questa volta all’inizio del 2020, poco prima che la pandemia chiudesse le persone in casa. Un’aggressione nelle campagne di Castel d’Asso, poco fuori le mura di Viterbo, soltanto perché i sindacalisti stavano facendo un volantinaggio per informare i braccianti, che dalle campagne andavano in città in bicicletta, sui loro diritti e tutto ciò che da contratto nazionale del lavoro gli spetta. In termini di salario e dignità.
Braccianti agricoli
Infine, un altro intervento della Cgil, a firma di Marco Nati, segretario generale della Flai, e di nuovo Massimiliano Venanzi. Questa volta alla fine di maggio 2020, al termine del primo lockdown del Covid. “Fino a 12 e 13 ore di lavoro al giorno – dichiaravano entrambi allora -. A volte anche la domenica e i giorni di festa. Pause pranzo ridotte e rispetto delle norme anti Covid che lascia un po’ a desiderare. Il tutto per 4, 5 euro l’ora di salario e un contratto che resta spesso solo sulla carta. Questa anche la realtà di alcune campagne della Tuscia. La realtà che vivono i braccianti agricoli. La realtà che avrebbero vissuto pure durante la Fase 1 del contrasto al Coronavirus”.
Una realtà evidenziata inoltre da un altro reportage di Tusciaweb, questa volta direttamente nella casa di un gruppo di braccianti agricoli, in piena pandemia. Una situazione al limite della sopravvivenza. Perché tra quei braccianti intervistati, soltanto uno lavorava, e lo faceva per tutti. Perché tutti gli altri, non solo erano disoccupati, ma a causa del lockdown, non potevano nemmeno uscire di casa per trovare soluzioni alternative che gli permettessero di avere un minimo di reddito da spendere. “Difficile stare in casa senza mangiare“, era stato il commento di uno dei braccianti che avevano perso il lavoro.
L’ultima denuncia, questa volta del segretario generale della Uila Viterbo, Antonio Biagioli. Risale a poche settimane fa. Ottobre 2022. Viterbo – “Molti proprietari di casa – dichiarava il sindacalista – e lo diciamo per esperienza diretta, non affittano casa agli ‘stranieri’, agli immigrati”. “Sono almeno due-tre anni – aggiungeva Biagioli – che questa situazione va avanti. Dopodiché molti lavoratori di origine straniera si sono rivolti a noi sollevando due questioni innanzitutto. L’impossibilità a farsi affittare casa e, dall’altra, quando l’appartamento viene affittato si tratta spesso di abitazioni fatiscenti. Non solo, ma si tende anche a non affittare alle famiglie, ma soltanto a gruppi di lavoratori. 6, 7, 10, 12 lavoratori, tutti quanti insieme. Tutti dentro uno stesso appartamento di 60, massimo 100 metri quadrati. Una situazione insopportabile, pagando poi l’affitto a prezzi di mercato”. E a riprova di tutto questo, il sindacalista riportava un volantino affisso in un bar di Viterbo in cui si promuoveva l’affitto di un’abitazione aggiungendo però: “No stranieri, no animali”. Molti “stranieri” a Viterbo e nella Tuscia sono braccianti agricoli.
Braccianti agricoli
Sono tutte testimonianze di una condizione sociale, quella dei braccianti nelle campagne di Viterbo e della Tuscia, che raccontano una vita fatta di sfruttamento, privazione e contesti spesso degradati e con ben poche vie di uscita. Testimonianze, condizioni e contesti che hanno spinto più volte i sindacati dei lavoratori a chiedere alla prefettura di Viterbo di convocare un tavolo istituzionale per poterne discutere, approfondire e semmai intervenire. Una richiesta ribadita ultimamente da Biagioli (Uila) e Venanzi (Flai Cgil). Ci sono infine le inchieste della magistratura che riguardano ormai tutto il territorio della provincia di Viterbo. Testimonianze, articoli, inchieste e reportage che vanno avanti da anni. Poi, per chi volesse ulteriormente approfondire la questione, basta spulciare il serial “Braccianti” di Tusciaweb che si trova in fondo all’articolo.
I braccianti in provincia di Viterbo, stando ai dati del rapporto di Carchedi, sono circa 9 mila. La metà è straniera. Il 94% dei lavoratori agricoli è a tempo determinato, stagionali. “Possiamo affermare – scrive Carchedi – che l’insieme dei lavoratori in condizione di sofferenza occupazionale si attesta tra 1463 e 2696 unità. E in particolare i primi (1463 unità) non hanno né contratto né una remunerazione corrispondente alle norme. Sommando quest’ultima componente (1463) e le stime sindacali e degli altri operatori intervistati (3750 unità), il bacino di braccianti vulnerabili si attesta intorno alle 5200 persone distribuite in modo differenziato in tutta la provincia”.
La vita dei braccianti ai tempi del Coronavirus
“Le pratiche di sfruttamento diretto attivate dagli imprenditori – prosegue il rapporto di Carchedi – sono di due specie. La prima si manifesta quando l’imprenditore, sovente con appezzamenti di terreno non superiori ai tre/quattro ettari coltivabili, ingaggia i lavoratori per soddisfare le proprie esigenze produttive senza sottoscrivere contratti, sulla base di rapporti pre-esistenti, giocando sul fatto che l’ingaggio è di breve durata (entro i 15/20 giorni); dopodiché il rapporto si interrompe per qualche tempo, e per esigenze successive richiama gli stessi lavoratori o la stessa squadra di braccianti, di nuovo senza fruizione di contratti, e così di seguito tra interruzioni e reingressi nella produzione. In questi casi l’imprenditore non chiede informazioni sullo status dei braccianti che occupa, ma propone, in modo indistinto, un salario che non supera i 30 euro al giorno con la pretesa di un impiego giornaliero di almeno una decina di ore. Ne consegue, dicono diversi intervistati, ‘che in questi casi il costo orario si riduce drasticamente perché difficilmente si arriva a superare i 3 euro e se la giornata diventa di 12 ore, e ciò non è per nulla raro, il salario scende ancora a 2,5 per ciascuna ora lavorata’”.
Nel libro di Carchedi ci sono poi le testimonianze riguardanti la vita lavorativa dei braccianti agricoli nella Tuscia. “Una volta abbiamo assistito un bracciante indiano che lavorava in un’azienda di allevamento e dichiarava di non percepire un salario da almeno 3 anni. Percepiva cioè soltanto vitto e alloggio e qualche centinaia di euro ogni tre o quattro mesi per inviarli alla famiglia. E’ arrivato allo sportello perché un connazionale si è impietosito per le condizioni in cui versava. Era denutrito. Parlava a stento. Non aveva la forza per reclamare il salario perché, ci spiegò il suo amico, aveva terrore, terrore di essere rimpatriato senza denaro”.
Un’altra testimonianza del libro di Carchedi riguarda infine “un giovane nigeriano che ha lavorato come bracciante in un’azienda locale ma per circa 18 mesi non è stato mai pagato. Non ha ricevuto nulla. Mangiava in azienda, ma dormiva presso amici connazionali in una località vicina. Quando chiedeva il salario veniva sempre dissuaso a insistere perché sarebbe presto arrivato il saldo. Ma ciò non accadeva mai. Lo abbiamo incontrato lungo la strada del tutto intristito. Un altro operatore nigeriano lo ha accompagnato dal medico. Dopo qualche settimana ha raccontato piano piano la sua storia di sfruttamento”.
Daniele Camilli
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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