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Omicidio a Mammagialla - Riprende il processo al 35enne che ha massacrato a colpi di sgabello Giovanni Delfino - In tribunale la perizia psichiatrica, bloccata a Rebibbia dall'emergenza Coronavirus

“L’assassino di nostro padre avrebbe dovuto trovarsi in cella d’isolamento”

di Silvana Cortignani
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Viterbo - Omicidio a Mammagialla - La vittima: Giovanni Delfino

La vittima – Giovanni Delfino

Il professor Traverso

Lo psichiatra – Giovanni Battista Traverso

L'avvocato Antonio Maria Carlevaro

Il difensore – Avvocato Antonio Maria Carlevaro

Il pm Franco Pacifici

Il pm – Franco Pacifici

Viterbo – “L’assassino di nostro padre avrebbe dovuto trovarsi in cella d’isolamento”.  Riprende oggi il processo al 35enne che ha massacrato a colpi di sgabello Giovanni Delfino. Secondo i familiari, che hanno denunciato i vertici del carcere, non avrebbero dovuto stare nella stessa cella. In tribunale, salvo imprevisti, il completamento della perizia psichiatrica del professor Giovanni Battista Traverso, bloccata a Rebibbia dall’emergenza Coronavirus.

A causa dell’emergenza Covid il collegio di periti nominati lo scorso 6 febbraio dal tribunale – il professor Giovanni Battista Traverso, la figlia Simona e una interprete di punjub – ha potuto effettuare solo una delle due visite programmate a Singh Khajan.

E’ il 35enne indiano detenuto a Rebibbia da oltre un anno con l’accusa di omicidio per avere massacrato a colpi di sgabello il compagno di cella, il 61enne viterbese Giovanni Delfino, morto in seguito alla feroce aggressione avvenuta in una cella del carcere di Viterbo la sera del 29 marzo 2019. I familiari, che si sono costituiti parte civile, hanno chiesto una perizia psichiatrica sull’omicida. 

Non avendo i consulenti potuto depositare le conclusioni, rischiava di saltare l’udienza fissata per questo lunedì, 15 maggio, davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone. Come è già successo di recente in un’altra occasione, però, il tribunale ha disposto che l’imputato, data l’urgenza del caso, venga visitato dagli psichiatri prima dell’udienza presso l’infermeria del palazzo di giustizia di via Falcone e Borsellino. La volta precedente, il consulente aveva poi riferito direttamente in aula, in tempo reale, sulle condizioni mentali dell’imputato. Sarà da vedere quale sarà stavolta il prosieguo. 

Un movente apparentemente banale dietro la feroce aggressione: il 35enne si sarebbe avventato contro la vittima per un accendino. 

La perizia psichiatrica è stata chiesta all’udienza dello scorso 23 gennaio sia dal difensore Antonio Maria Carlevaro, sia dall’avvocato di parte civile Carmelo Antonio Pirrone, per stabilire se Singh sia affetto da patologie psichiatriche, se la sua capacità di intendere e di volere sia esclusa oppure ridotta, se sia in grado di stare scientemente a processo e se sia socialmente pericoloso.

“Alla luce delle sue tre precedenti aggressioni in pochi giorni, una delle quali al compagno di cella del carcere di Civitavecchia a fine febbraio, l’imputato doveva stare in cella da solo. Se qualcuno ha sbagliato a metterli nella stessa cella, deve pagare”, disse Pirrone, spiegando che il figlio di Delfino ha sporto denuncia contro i vertici del carcere, mentre il pm Franco Pacifici ha confermato la presenza di una inchiesta in corso. 


“L’omicida di nostro padre avrebbe dovuto stare in isolamento”

La famiglia di Giovanni Delfino ha sporto denuncia contro il direttore e il comandante della polizia penitenziaria. “La famiglia non vuole la condanna a tutti i costi dell’omicida, vuole che venga dichiarato non imputabile e curato se è malato, ma vuole anche che venga accertato se la tragedia si poteva evitare e se ci sono altri responsabili oltre all’attuale imputato”, ha sottolineato il legale Carmelo Antonio Pirrone.

L’imputato, che la sera del 29 marzo 2019 ha ferocemente ucciso Delfino, era stato trasferito da pochi giorni nel carcere di Viterbo da quello di Civitavecchia, dove era recluso dal 14 febbraio 2019 (per tentato omicidio, avendo ridotto in fin di vita il settantenne con cui viveva a Cerveteri) e dove aveva aggredito, anche in quel caso a colpi di sgabello, il compagno di cella, ferendo anche l’agente intervenuto in suo soccorso.

Dopo il delitto è stato visitato dallo psichiatra Alberto Trisolini. Ma è emersa anche una precedente relazione, redatta il 20 febbraio 2019 da una psichiatra del carcere di Viterbo, nella quale per Singh si chiedeva per il detenuto la “grandissima sorveglianza, in camera di pernottamento da solo, per il grande rischio di auto e etero lesionismo, con privazione degli oggetti potenzialmente atti a offendere”, come sgabelli, accendini, lamette e similari.

Un’escalation di violenza, quella di Singh, che nell’arco di un mese e mezzo ha fatto quattro vittime, sfociando infine nell’omicidio del 61enne viterbese che, per non farlo sapere ai familiari, stava scontando in carcere un cumulo di pene di pochi mesi, per reati lievi, che avrebbe potuto tranquillamente scontare ai domiciliari.

Per evitare di mettere in imbarazzo i suoi, Delfino non avrebbe fornito un indirizzo di residenza dove fare i domicliari, spacciandosi per un clochard: “Finendo così nella gabbia del leone, in cella con un soggetto che avrebbe dovuto trovarsi in isolamento”, sottolinea Pirrone, che davanti alla corte d’assise, ha cercato di far emergere le responsabilità oltre che di Singh anche del carcere per la morte di Delfino.

Silvana Cortignani


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15 giugno, 2020

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