Viterbo – “Aveva scelto lui di andare in carcere. Avrebbe potuto non entrarci, ma non aveva una casa. Voleva levarsi dalla strada, avere del cibo caldo e un tetto sulla testa. Aveva scelto di andare in prigione per riacquistare un minimo di dignità, ma che destino che si è segnato…”. Elena Andreoli, volontaria della Croce Rossa di Viterbo, è stata l’angelo custode di Giovanni Delfino, il detenuto di 61 anni ucciso a colpi di sgabello dal compagno di cella. Per la Cri, Andreoli si occupa dei senzatetto. Come Giovanni che, interrotti i rapporti con la famiglia, non aveva più una casa. Dormiva per strada e, quando gli andava bene, da dei conoscenti. Senza un lavoro, chiedeva l’elemosina, andava a mangiare alla Caritas e frequentava il Sert. Giovanni era un povero, un emarginato, uno degli ultimi.
“L’ho conosciuto nell’inverno del 2016, quando già viveva per strada – racconta Andreoli -. Tra le gradinate davanti ai resti della chiesa delle Fortezze, accanto al parcheggio di porta Romana, e porta San Leonardo, vicino alla Caritas. Era una persona fragile, tranquilla e rispettosa. Non creava problemi né dava fastidio. Anzi, era spesso vittima di aggressioni. Più di una volta l’ho dovuto accompagnare al pronto soccorso perché era stato picchiato. A porta Romana lo andavo a trovare tutti i pomeriggi. Gli portavo coperte, scarpe e vestiti. Parlavamo molto. Ogni giorno, finché non è entrato in carcere”.
Giovanni era a Mammagialla da fine agosto. Doveva scontare circa un anno e mezzo per tre vecchi reati. “Poteva espiare la pena ai domiciliari, ma non aveva una casa, o con i lavori socialmente utili – sottolinea Andreoli -. Ma ha scelto di andare in prigione per stare al caldo. Dormiva nell’ex pub di valle Faul o in un sottoscala al Carmine. Al freddo, in un angolino. È stato in tuguri peggiori della strada, e così ha scelto di entrare in carcere per riprendersi un po’”.
Questa vita lo ha provato psicologicamente e fisicamente. Giovanni soffriva di diabete ed era claudicante. “Era invalido al 100% – continua Andreoli -. Zoppicava ed era malato. Non aveva forza fisica. Le notti d’inverno le trascorreva nella stazione di porta Romana e spesso capitava che tra gli altri senzatetto si scaldassero gli animi, ma lui si alzava e se ne andava. Sempre, non ne voleva proprio sapere. A 60 anni voleva solo fare una vita il più normale possibile, per potersi riavvicinare almeno al figlio. Giovanni beveva, ma al Sert era riuscito a disintossicarsi”.
Andreoli ripercorre tutta la vita di Giovanni. “Si era sposato giovane e dal matrimonio è nato un figlio. Vivevano al Carmine. Poi la separazione con la moglie e la relazione con un altra donna. Si arrangiavano, lui faceva qualche lavoretto ed erano riusciti a prendere una casa in affitto. Dopo la morte della compagna, è caduto in depressione e in miseria. Da solo non ce l’ha più fatta e ha iniziato a vivere per strada. Prendeva 300 euro di pensione di invalidità, e non riusciva a pagare l’affitto. Beveva, e la sua famiglia era disperata. La madre, il fratello e la sorella ne soffrivano. Avrebbero voluto accoglierlo, ma non si fidavano più di lui. Del fratello e della sorella aveva grande stima, e sapeva che la colpa dell’allontanamento era soltanto la sua perché beveva. Per anni non ha visto neppure il figlio, che è una bella persona. Fa il militare a Roma. Si sono rincontrati un anno fa, quando Giovanni ha divorziato dalla moglie. Si è sempre vergognato di andare a trovare il figlio in quelle condizioni, eppure il ragazzo è stato molto contento di rivederlo. Si era offerto di ospitarlo a Roma e di prendergli una stanza, ma poi Giovanni è andato in carcere”.
Mentre racconta, Andreoli si commuove. “La notizia della sua morte – conclude – mi ha addolorata. Sto male, ma sono anche molto arrabbiata. Per la fine che ha fatto a Mammagialla e perché non sono riuscita a dargli una casa. Ho fatto di tutto, ma le istituzioni non mi hanno aiutata. Per Giovanni non c’è mai stata una casa popolare, né una piccola camera”.
Raffaele Strocchia
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