Il carcere di Mammagialla – Nel riquadro: Giovanni Delfino
Viterbo – Detenuto ucciso in carcere dal compagno di cella, accolta dal gup Savina Poli la richiesta di rito abbreviato per uno dei due funzionari della polizia penitenziaria della casa circondariale sulla Teverina accusati di omicidio colposo. Sarà interrogato il 22 giugno, mentre il 30 giugno per entrambi è prevista la sentenza.
Al centro della vicenda la tragica morte di Giovanni Delfino, il 61enne viterbese recluso a Mammagialla per un cumulo di pene per reati minori che nella primavera di tre anni fa è stato ammazzato a sgabellate dal compagno di cella che, per i suoi disturbi mentali, avrebbe dovuto trovarsi in una stanza singola.
Gli imputati sono un ispettore della penitenziaria all’epoca responsabile del padiglione D1 dei detenuti e il responsabile pro tempore del reparto isolamento della casa circondariale.
Sono comparsi nuovamente ieri davanti al gup Savina Poli che ha sciolto la riserva, accogliendo la richiesta dell’avvocato Marco Russo per il suo assistito che, in caso di condanna, potrà beneficiare dello sconto di un terzo della pena. Non ha invece chiesto riti alternativi l’avvocato Giuliano Migliorati, che difende l’altro agente.
La discussione, per entrambi, è stata rinviata al 30 giugno, data in cui il gip dovrebbe ritirarsi in camera di consiglio sia per la sentenza dell’abbreviato che decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio dell’altro poliziotto.
Una settimana prima, il 22 giugno, sarà invece la volta dell’interrogatorio del funzionario difeso da Marco Russo, che ha chiesto di esser sentito dal giudice.
Gli avvocati Giuliano Migliorati e Marco Russo
L’orribile fine di Giovanni Delfino
Era la sera del 29 marzo 2019 quando il 37enne indiano Khajan Singh, seminfermo di mente, ha massacrato con una decina di colpi di sgabello la vittima. Il 20 aprile 2021 l’assassino è stato condannato in secondo grado a 12 anni contro i 14 anni del primo grado. Sette i familiari di Delfino che si sono costituiti parte civile con gli avvocati Carmelo Antonio Pirrone e Paride Sforza.
“Convinto che il suo pene si sia rimpicciolito”
“L’ho ucciso perché non mi faceva vedere Rai Uno e non mi dava l’accendino”, ha detto l’omicida agli agenti penitenziari, chiedendo di fumare subito dopo il delitto. Secondo la perizia psichiatrica del professor Giovanni Battista Traverso alla base ci sono “problematiche a sfondo sessuale”. Sarebbe convinto che il suo pene si sia rimpicciolito e avrebbe problemi di disfunzione erettile. Fatto sta che in un mese e mezzo ha aggredito quattro persone.
Un mese e mezzo di aggressioni poi il delitto
Noti a tutti i precedenti di Singh. Il 14 febbraio 2019 è stato arrestato a Cerveteri per il tentato omicidio del convivente omosessuale. Due giorni dopo, nel carcere di Civitavecchia, ha tentato di uccidere il compagno di cella, salvato da un agente prontamente intervenuto che a sua volta è stato preso per il collo. Motivo per cui è stato sottoposto a Tso, trattamento sanitario obbligatorio. Pochi giorni prima di uccidere Delfino, mentre era già stato trasferito a Mammagialla, il 36enne aveva fracassato uno sgabello perché l’addetto alle pulizie non aveva risposto a una sua chiamata.
“Il carcere non ha tutelato né la vittima, né l’assassino”
“Quindi in maniera del tutto improvvida è stato inserito nella cella di Delfino, senza che l’equipe medica venisse infornata della cosa e nonostante il diktat rigido della stessa equipe”, ha detto e ridetto l’avvocato di parte civile della famiglia Pirroni. “È emerso, nel caso specifico, che il carcere, quel carcere, non è stato in grado di tutelare i detenuti, né Delfino, né il suo assassino, a sua volta vittima di una gestione inaccettabile”, ha detto il 20 ottobre 2020 davanti alla corte d’assise del tribunale di Viterbo.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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