Il carcere di Mammagialla – Nel riquadro: Giovanni Delfino
Viterbo – Detenuto ucciso in carcere dal compagno di cella “fuori di testa”, per la morte di Giovanni Delfino chiede di essere giudicato col rito abbreviato uno dei due funzionari della polizia penitenziaria della casa circondariale di Mammagialla indagati per concorso in omicidio colposo.
Sono l’ispettore della penitenziaria all’epoca responsabile del padiglione D1 dei detenuti e il responsabile pro tempore del reparto isolamento della casa circondariale.
Ieri gli imputati sono comparsi davanti al gup Savina Poli per la prima udienza preliminare dopo la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pubblico ministero Franco Pacifici. Uno dei due penitenziari ha chiesto di ricorrere al rito alternativo dell’abbreviato, che in caso di condanna prevede lo sconto di un terzo della pena.
Il prossimo 19 maggio il gup scioglierà la riserva sia sul rito che sulle questioni preliminari poste dalle difese, che nel corso dell’udienza hanno affrontato anche questioni relative alla costituzione di parte civile.
Pronti a chiedere i danni i sette eredi del 61enne viterbese massacrato a colpi di sgabello di legno la sera del 29 marzo 2019 dal compagno di cella, il 37enne indiano Khajan Singh, riconosciuto seminfermo di mente e condannato a 12 anni di reclusione in appello.
Assistiti dal difensore di parte civile Carmelo Antonio Pirrone, sono la madre 83enne, la sorella, il fratello, la moglie, il figlio e i due nipotini in tenera età della vittima.
Il difensore di parte civile Carmelo Antonio Pirrone
Massacrato a sgabellate per un accendino
Il povero Giovani Delfino, come si ricorderà, è stato massacrato a colpi di sgabello di legno per la scelta di un canale televisivo e per un accendino. Secondo l’accusa, i poliziotti non potevano non sapere che a causa della sua pericolosità, nota a tutti e abbondantemente documentata, l’assassino doveva stare in cella da solo. Così come non potevano non sapere che c’erano due celle “singole” disponibili quando è stato trasferito nella stanza della vittima.
L’assassino doveva stare in cella da solo
Secondo l’avviso di conclusione indagini, gli imputati non avrebbero opportunamente valutato ed eseguito “per negligenza, imprudenza e imperizia” le disposizioni impartite dalla psichiatra che aveva raccomandato “grandissima sorveglianza in camera di pernottamento da solo”. Raccomandazioni girate un mese prima dell’omicidio, il 20 febbraio 2018, dallo stesso responsabile dell’isolamento al collega coordinatore del padiglione detenuti, per cui entrambi ne sarebbero stati sicuramente a conoscenza.
Disattese psicologa e psichiatra
Il 19 febbraio, inoltre, un altro medico aveva proposto “grande sorveglianza medico custodiale”. E un altro medico, il 21 febbraio, aveva rincarato la dose, proponendo “grandissima sorveglianza con le precauzioni necessarie riguardo suppellettili ed elementi ed oggetti acuminati”. Disposizioni ribadite dalla psichiatra e dalla psicologa alle riunioni multidisciplinari del 13 marzo e del 29 marzo di tre anni fa, lo stesso giorno del delitto.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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