Viterbo – Delitto a Mammagialla, seminfermo di mente l’omicida di Giovanni Delfino. La novità è che secondo la perizia psichiatrica del professor Giovanni Battista Traverso alla base ci sono “problematiche a sfondo sessuale”.
Singh Khajan, il 35enne indiano che la sera del 29 marzo 2019 ha massacrato a colpi di sgabello il compagno di cella, sarebbe convinto che il suo pene si sia rimpicciolito e avrebbe problemi di disfunzione erettile.
Ma non c’entra con la “pochezza” del movente. “L’ho ucciso perché non mi faceva vedere Rai Uno e non mi dava l’accendino”, ha detto l’omicida agli agenti penitenziari, chiedendo di fumare subito dopo il delitto.
Vizio parziale di mente, non totale. Può stare in carcere, ma va curato. Socialmente pericoloso, ma capace di stare coscientemente a giudizio.
L’assassino non ha mai chiesto perdono
Al termine dell’udienza di ieri, Singh ha chiesto tramite l’interprete cosa avesse detto di lui il dottore, calmandosi quando ha saputo che in virtù della parziale infermità di mente e della pericolosità sociale avrà diritto a una riduzione di pena.
Pur avendo confessato, invece, non avrebbe mai manifestato alcun ravvedimento, non si è detto pentito e non ha chiesto perdono ai familiari della vittima: avrebbe solo mostrato vaghi segni di rammarico agli psichiatri che lo hanno visitato. Avrebbe però capito bene di rischiare una lunga detenzione.
Davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone hanno illustrato la perizia il professor Giovanni Battista Traverso e la figlia Simona, anche lei psichiatra.
“Meglio la Rems, ma è compatibile con il carcere”
“Sing è compatibile con il carcere, con le massime precauzioni, anche se sarebbe meglio che venisse ricoverato per un periodo in una struttura chiusa come una Rems e poi, una volta stabilizzato, trasferito in un centro di recupero comunitario”, la conclusione dei Traverso, dopo avere sottolineato come l’imputato sia detenuto al momento nel reparto minorati psichici di Rebibbia, sottoposto a sorveglianza a vista e a cure farmacologiche che avrebbero comportato miglioramenti.
L’omicida del viterbese 61enne Giovanni Delfino soffrirebbe di un grave disturbo borderline della personalità, una forma di psicosi (non altrimenti specificata) che si estrinseca con manie di persecuzione e deviazioni a sfondo sessuale, che lo renderebbero a tutt’oggi particolarmente fragile. Nello specifico, avrebbe ucciso Delfino spinto dalla sua “grave impulsività”. Singh è difeso dall’avvocato Antonio Maria Carlevaro.
Due tentati omicidi e un omicidio in pochi giorni
“La sua psicosi è una patologia a insorgenza recente, che lo ha spinto nel giro di un brevissimo lasso di tempo ai tre episodi che lo hanno condotto in carcere: il tentato omicidio del coinquilino a Civitavecchia il 14 febbraio 2019, l’aggressione violenta di pochi giorni dopo a un altro detenuto nel carcere di Civitavecchia sfociata in lesioni e l’omicidio di Delfino a Mammagialla”, ha sottolineato Traverso.
In precedenza, inoltre, Sing avrebbe tentato il suicidio, salvato da alcuni amici che lo hanno portato al Gemelli, dove è stato ricoverato in psichiatria e da dove lo avrebbero indirizzato al dipartimento di salute mentale di Civitavecchia.
Tutto ampiamente documentato dai diari clinici carcerari. “Fin dalla prima visita-filtro al suo ingresso a Civitavecchia”, ha fatto notare l’avvocato di parte civile Carmelo Antonio Pirrone, che assiste i familiari della vittima.
Altre due inchieste aperte e una causa civile
Dovrebbe intanto essere prossima la chiusura da parte del pubblico ministero Franco Pacifici dell’altro filone dell’inchiesta, quello relativo ai vertici dell’istituto di pena, contro i quali ha sporto denuncia il figlio di Delfino.
“Aspettiamo inoltre l’esito dell’inchiesta ministeriale e della causa civile che abbiamo promosso per il risarcimento”, ricorda Pirroni, sottolineando ancora una volta come per i parenti della vittima quanto accaduto poteva essere evitabile, se solo Singh fosse stato seguito secondo le disposizioni mediche, visto che quando è arrivato a Viterbo aveva già alle spalle due tentati omicidi nel giro di pochi giorni, uno dei quali in carcere, motivi per cui ne veniva consigliata l’altissima sorveglianza in una cella da solo.
La moglie, il figlio e la figlia di Delfino, che non sono mancati a nessuna udienza, hanno detto più volte: “Se l’assassino è malato va curato, ma doveva stare in isolamento e non nella stessa cella di Giovanni”.
Domanii, a distanza di un anno e mezzo dalla tragica morte del 61enne, sono previste la discussione e la sentenza.
Silvana Cortignani
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