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Omicidio a Mammagialla - Seminfermo di mente, ha massacrato a sgabellate il viterbese Giovanni Delfino

Uccise il compagno di cella, pena ridotta da 14 a 12 anni in appello

di Silvana Cortignani
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Viterbo - Il carcere di Mammagialla - Nel riquadro: Giovanni Delfino

Il carcere di Mammagialla (nel riquadro, Giovanni Delfino)


Viterbo – (sil.co.) – Dodici anni di reclusione per l’omicidio del suo compagno di cella nel carcere di Mammagialla.

Sconto di due anni in appello per il 36enne indiano, giudicato seminfermo di mente ma compatibile con il carcere, che la sera del 29 marzo 2019 ha massacrato con una decina di colpi di sgabello il viterbese di 61enne Giovanni Delfino, che presso la casa circondariale sulla Teverina stava scontando pochi mesi di reclusione per un cumulo di pene per reati minori.

Si è concluso ieri poco prima dell’una con il riconoscimento delle attenuanti generiche chieste dalla difesa il processo di secondo grado a Khajan Singh, condannato lo scorso 29 ottobre a 14 anni dalla corte d’assise del tribunale di Viterbo.


La difesa: “Soddisfatto nel dispiacere per la vittima”

Soddisfatto il difensore Antonio Maria Carlevaro del foro di Civitavecchia. “Sono contento per il mio assistito, che è una persona malata, ferma restando la pena per la vittima e i suoi familiari. Sono soddisfatto nel dispiacere della morte di Giovanni Delfino, che non c’entrava niente e ha avuto la sfortuna di trovarsi in cella con Khajan Singh. La diminuzione di due anni è legata al riconoscimento delle attenuanti generiche, che sono l’unica cosa che avevo chiesto”, spiega Carlevaro.


La parte civile: “Ribadito che doveva stare in cella singola”

“Siamo soddisfatti che il giudice relatore della corte d’assise d’appello abbia sottolineato, nella relazione introduttiva del processo di secondo grado, l’esistenza del parere della commissione interdisciplinare del carcere di Viterbo, basato sulla grandissima sorveglianza e sulla necessità di tenere l’imputato in una cella singola, perché deduttivamente possono configurarsi altre responsabilità, oltre all’azione delittuosa del Singh, nella morte di Delfino. Ormai dobbiamo solo attendere i 40 giorni previsti dal collegio per avere cognizione dei motivi”, commentano per la famiglia i legali di parte civile Carmelo Antonio Pirrone e Paride Sforza.


“Convinto che il suo pene si sia rimpicciolito”

“L’ho ucciso perché non mi faceva vedere Rai Uno e non mi dava l’accendino”, ha detto l’omicida agli agenti penitenziari, chiedendo di fumare subito dopo il delitto. Secondo la perizia psichiatrica del professor Giovanni Battista Traverso alla base ci sono “problematiche a sfondo sessuale”. Sarebbe convinto che il suo pene si sia rimpicciolito e avrebbe problemi di disfunzione erettile. “Era uno che si tirava giù i pantaloni e pisciava davanti a tutti nei corridoi. Uno che una volta ha tirato un piatto di pasta in faccia a un ispettore”, ha detto uno dei detenuti sentiti come testimoni al processo di primo grado. Fatto sta che in un mese e mezzo ha aggredito quattro persone. 


Un mese e mezzo di aggressioni poi il delitto

Noti a tutti i precedenti di Singh. Il 14 febbraio 2019 è stato arrestato a Cerveteri per il tentato omicidio del coinquilino omosessuale. Due giorni dopo, nel, carcere di Civitavecchia, ha tentato di uccidere il compagno di cella, salvato da un agente prontamente intervenuto che a sua volta è stato preso per il collo. Motivo per cui è stato sottoposto a Tso, trattamento sanitario obbligatorio. 

Pochi giorni prima di uccidere Delfino, mentre era già stato trasferito a Mammagialla, il 36enne aveva fracassato uno sgabello perché l’addetto alle pulizie non aveva risposto a una sua chiamata. Mentre era in cella d’isolamento, sottoposto a regime di massima sorveglianza, avrebbe ripetuto episodi di insubordinazione per i quali è stato punito con il divieto di attività ricreative e sportive. 

“Quindi in maniera del tutto improvvida è stato inserito nella cella di Delfino, senza che l’equipe medica venisse infornata della cosa e nonostante il diktat rigido della stessa equipe”, ha detto e ridetto l’avvocato di parte civile della famiglia Pirroni. “È emerso, nel caso specifico, che il carcere, quel carcere, non è stato in grado di tutelare i detenuti, né Delfino, né il suo assassino, a sua volta vittima di una gestione inaccettabile”, disse lo scorso 29 ottobre alla giuria popolare. 


Prosegue la causa civile contro il ministero della difesa

Nel frattempo prosegue la causa civile intentata dai familiari della vittima, assistiti dagli avvocati Pirroni e Sforza, contro il ministero dell’interno, i cui legali, in fase preliminare, hanno tentato la citazione in giudizio dello stesso Singh, vedendosi però rigettare l’eccezione. 

I sette eredi di Delfino chiedono un risarcimento di un milione e mezzo di euro. Sono la madre 82enne, la sorella, il fratello, la moglie, il figlio e i due nipotini in tenera età della vittima.


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21 aprile, 2021

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