Viterbo – “A Babbo Natale chiederei di fare spazio accanto a sé a una Mamma Natale”. Ci scherza su Dacia Maraini in questi giorni di festa. Perché per la scrittrice vincitrice, tra gli altri, dei premi Strega e Campiello, “non è possibile che Babbo Natale sia raccontato come un buon papà che porta doni e felicità mentre la Befana come un’orribile megera che porta carbone e lacrime”. Ma, battute a parte, il tema centrale per la scrittrice è quello della cultura patriarcale che in questa intervista di fine anno Maraini analizza sia sul piano politico che culturale. Soprattutto alla luce della recente elezione della prima premier donna in Italia. Che comunque, secondo la scrittrice, “comanda in un sistema totalmente declinato al maschile e ha sempre dimostrato di credere nei valori tradizionali di Dio, Patria, Famiglia”.
Viterbo – Dacia Maraini alla Galleria del teatro Caffeina
Cosa ricorderà del 2022?
“Il 2022 lo ricorderò come un anno difficile e doloroso. Per prima cosa la pandemia che ci ha chiusi in casa e ha reso difficile i rapporti umani. Quindi la guerra: l’invasione dell’Ucraina, le bombe sugli ospedali e le scuole, le fughe, i feriti, i morti”.
Il più grande cambiamento rispetto allo scorso anno è senz’altro la guerra in Ucraina, che ha impattato significativamente anche sulle nostre vite. È favorevole o contraria all’invio di armi in Ucraina da parte dell’Italia?
“Se è vero che l’Ucraina difende i suoi territori e la sua indipendenza, essendo stata quella di Putin una invasione illegittima, chi crede nella giustizia ha il dovere di aiutare un paese piccolo e coraggioso che difende la sua libertà. Questo non vuol dire stare dalla parte dell’America o della Russia, ma dalla parte della giustizia”.
La cultura può contribuire al raggiungimento della pace?
“La cultura crea consapevolezza e la consapevolezza conduce alla responsabilità. Le persone responsabili sono portate a rispettare l’altro, a creare vincoli e ponti anziché muri, rancori, bombe e nemici”.
Come valuta i primissimi provvedimenti del governo Meloni?
“Siamo ancora alle discussioni. Ne riparliamo quando le decisioni saranno prese e messe in atto”.
Lo scorso anno ragionavamo sull’ipotesi di avere una donna alla presidenza della repubblica. Ora invece Giorgia Meloni è la prima presidente del consiglio donna. Dal punto di vista simbolico è sicuramente un passo importante, ma nella quotidianità c’è ancora molto da fare…
“Infatti, ho detto e scritto varie volte che dal punto di vista simbolico la elezione di una donna a capo del governo è importantissima e mi rallegro per questa scelta popolare che dimostra una Italia che esce dalla sua infanzia politica. Ma purtroppo non basta. Siamo di fronte a una donna che comanda in un sistema totalmente declinato al maschile. E inoltre lei ha sempre dimostrato di credere nei valori tradizionali che rispondono alla formula Dio, Patria, Famiglia. Mi chiedo quanto possa fare una donna per le altre donne in un sistema che le penalizza”.
Cosa pensa del fatto che Giorgia Meloni voglia essere chiamata ‘il signor presidente del consiglio dei ministri’?
“Penso che sbagli. Ma si tratta di uno sbaglio culturale. Questo appiattirsi sul maschile vuol dire che lei è ancora dentro una cultura patriarcale, lontana dalla realtà. Riuscire come eroina in un mondo tutto al maschile, non aiuta affatto le altre donne. Si parlerà di una eccezione, ovvero di una ‘donna dal carattere virile’ e non di una donna come tante altre che hanno coscienza e intelligenza ma spesso non riescono a essere prese sul serio”.
I femminicidi sono ancora una piaga attualissima per l’Italia, si è tornati a parlare di diritto all’aborto… Quali sono le prime criticità da affrontare?
“Se devo dire quali siano le cose che secondo me andrebbero affrontate, soprattutto per difendere e promulgare i diritti delle donne, metterei al primo posto la scuola. Poi il sistema giuridico, quindi l’accesso al lavoro. Darei comunque una preminenza al tema scuola. Per capirlo basta guardare quello che fanno i paesi intolleranti e reazionari. Appena i signori della fede patriarcale vanno al potere, scattano i tabù: via dalla scuola, via dal lavoro, via dalla conoscenza e dalla consapevolezza, perché creano coscienza e le donne devono servire e obbedire senza mai riflettere sul loro stato di servitù. In tutti i regimi totalitari, le donne vengono tenute lontane dagli studi, incoraggiate a coprirsi, rimanere in casa e occuparsi delle faccende domestiche e dei figli piccoli. Tutto il resto costituisce un pericolo per la tenuta del regime”.
Nel suo ultimo libro “Sguardo a Oriente” (Marlin, 2022) attraverso una serie di reportage e ricordi lei cerca voci e testimonianze da Afghanistan, Giappone, Pakistan, Turchia e molti altri paesi. Pone, tra gli altri, il tema dell’identità, fatta di incontri e influenze tra popoli. Sono attuali i dibattiti in Italia sull’estensione della cittadinanza (ius soli, ius scholae). Come dovremmo affrontare queste discussioni?
“I diritti vanno dati a tutti. Sono per lo ius soli e naturalmente per lo ius scholae. Importante è una forte e sorvegliata pratica della integrazione. Chi vuole stare in Italia deve rispettare la nostra Costituzione, le nostre leggi e anche i nostri costumi. La libertà di fede va benissimo e nessuno dovrebbe metterla in discussione, ma si dovrebbe essere molto severi verso le abitudini sociali quali il matrimonio forzato delle minorenni, il velo integrale, le limitazioni della libertà personale, la violenza in famiglia. I casi di Hina, di Saman e di tante altre ci dicono che dovremmo agire di più sulla cultura dell’integrazione”.
Quali sono le necessità dei giovani? Di cosa ha bisogno la scuola per essere efficace e attrattiva in periodi di profondi cambiamento come questi?
“Credo che l’errore delle ultime riforme sia stata quella di volere considerare la scuola una azienda, secondo il pensiero berlusconiano. Da qui la trasformazione del preside in dirigente. Ma la scuola non è e non può essere una azienda che produce professionisti. La scuola è un luogo di formazione del cittadino e deve lavorare sulla cultura come responsabilità. Non si è fatto che tagliare in questi ultimi anni. E invece bisogna investire sulla scuola, sia economicamente che culturalmente. Le classi non dovrebbero essere fatte piu di 15 alunni e invece si tende ad accorpare e rendere le classi sempre piu numerose. I ragazzi dovrebbero fare il tempo pieno, gli insegnanti dovrebbero essere più numerosi e preparati. I ragazzi oggi vogliono essere chiamati a creare, oltre che ad essere istruiti. La creatività suscita voglia di partecipazione. Le collettività in progresso nascono da progetti condivisi. Insomma la scuola non può piu essere quel luogo dove delle persone che sanno porgono dall’alto la loro sapienza a chi non sa, ma il luogo dell’incontro e del dialogo, il luogo dove si impara a costruire un futuro comune”.
In questi giorni si sta parlando anche di riformulare il bonus cultura per i 18enni, forse ponendo un limite in base all’Isee. Ritiene utile o migliorabile il bonus?
“Non ho capito bene i termini della questione, che mi sembra venga resa piu complicata ogni giorno. Spesso le buone intenzioni, nel nostro paese, vengono soffocate dalla nebulosità esistenziale e da una forma di narcosi decisiva della burocrazia. Il bonus per me va bene, ma una distinzione fra chi ha grandi disponibilità familiari e chi non ne ha, andrebbe fatta”.
In questo anno, con l’allentamento delle misure anti-Covid, possiamo dire quasi concluso il periodo della pandemia. Cosa ci ha lasciato dal punto di vista letterario e artistico?
“Purtroppo lo strascico della pandemia è lungo, c’è ancora tanta gente che muore e bisogna tenerne conto. Comunque direi che la cosa più importante che ci ha insegnato questa pandemia è stata la nostra fragilità. Ci eravamo illusi di essere onnipotenti con le grandi scoperte della tecnologia. Ma è bastato un piccolissimo e invisibile virus per mandare all’aria le nostre pretese. In tutto il male che ci è venuto dalla malattia spero che per lo meno ci venga il bene di costringerci a osservare meglio il baratro a cui stiamo andando incontro con la nostra pretenziosa idea di sviluppo e ricchezza a danno dell’ambiente, del clima, dell’equilibrio su cui si basa questo piccolo e fragile pianeta”.
Quali sono state, a suo avviso, le opere letterarie italiane più significative dell’anno che si sta per concludere?
“Non mi piace dare voti ai miei colleghi scrittori e scrittrici. Posso solo dire che hanno affrontato con coraggio e lealtà il grande tema della famiglia in crisi. Sto leggendo tanti libri appena usciti perché sono nella giuria di alcuni premi e devo dire che il tema prevalente in assoluto è proprio la famiglia: rapporti difficili di figli con madri e padri, la paura di fronte alle nuove conquiste di identità sessuali, ecc. . Segno che la famiglia tradizionale è in crisi e gli scrittori seguono le tracce di questa crisi per capirne la portata e il modo di uscirne. La famiglia è vista naturalmente in confronto con la società che cambia, con il paese che soffre, con le novità che arrivano dalla globalizzazione, dal consumo, dalla facilità delle comunicazioni che non corrisponde a una maturità collettiva”.
Cosa si augura dal 2023? Cosa chiedere a Babbo Natale?
“A babbo Natale chiederei di fare spazio accanto a sé a una mamma Natale. Non è possibile che babbo Natale sia raccontato come un buon papà che porta doni e felicità e la Befana sia rappresentata come una orribile megera che porta carbone e lacrime”.
Alessio Bernabucci
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