Viterbo – “Ho provato disgusto per la vicenda del Qatargate. Ma si tratta di mele marce, da non confondere con l’istituzione del parlamento europeo”. È molto deluso il ministro degli Esteri Antonio Tajani per lo scandalo di corruzione che sta facendo tremare Bruxelles. Proprio lui che di quel parlamento europeo ne è stato presidente dal gennaio 2017 al luglio 2019. Ma allo stesso tempo si dice sicuro che l’Europa saprà superare anche questo ostacolo perché “la solidità e la forza dell’Ue non sono in discussione”.
Diventato a ottobre il numero uno della Farnesina, il ministro Tajani ripercorre in questa intervista quello che è stato il 2022 dal punto di vista della politica estera e della diplomazia. Un anno molto duro che si è aperto con l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca e si è concluso con il terremoto del Qatargate. Nel mezzo, invece, tanti eventi che entreranno presto nei libri di storia. Come le proteste in Iran, che non sembrano volersi fermare nonostante la repressione violenta delle autorità e le condanne a morte.
Antonio Tajani
Ministro Tajani, il 2022 passerà purtroppo alla storia come l’anno in cui è iniziata la guerra in Ucraina. Lei pochi giorni fa ha affermato che Kiev potrà sempre contare sull’Italia. Quale sarà l’apporto di Roma per sostenere gli ucraini nel lungo inverno che li attende?
“L’Italia ha assistito l’Ucraina fin dalla primissima fase del conflitto. Ora, per affrontare l’inverno, abbiamo messo a disposizione gruppi elettrogeni, materiale elettrico e commutatori automatici e abbiamo offerto l’esperienza della nostra protezione civile per aiutare gli sfollati. L’Italia si impegnerà anche nella ricostruzione: mi auguro che possa esserci presto un Recovery Plan per l’Ucraina”.
È dall’inizio del conflitto che si parla della necessità di istituire un dialogo tra Mosca e Kiev. Ma quanto reali sono le possibilità di una svolta diplomatica del conflitto?
“Sosterremo ogni iniziativa politica e diplomatica che possa portare a una pace giusta per l’Ucraina, ma la pace deve passare per l’indipendenza di Kiev. Se i russi volessero dare un segnale di disponibilità, dovrebbero cominciare dalla centrale di Zaporizhzhia, ponendo quella installazione sotto la supervisione delle Nazioni unite”.
Le avvisaglie della guerra in Ucraina possono essere individuate nel 2014 con l’occupazione della Crimea e l’inizio della guerra in Donbass. Visti questi precedenti, c’è qualcosa che Nato e Ue avrebbero potuto fare in questi anni per scongiurare la guerra di oggi?
“La responsabilità del conflitto è solo russa. La posizione della Nato, dell’Unione europea e dell’Italia è chiara: stiamo dalla parte di chi rispetta il diritto internazionale. Siamo pronti ad ogni azione perché ritorni in campo la diplomazia, ma chi attacca cittadini ucraini e installazioni civili si deve fermare”.
Ha ragione il presidente ucraino Zelensky quando dice che quella in corso non è una guerra “solamente” contro l’Ucraina, ma anche contro il resto d’Europa?
“La guerra in Ucraina ha ripercussioni sulla sicurezza dell’intero continente e anche oltre. Penso anche alle persone che soffrono la fame in altre regioni del mondo a causa del blocco del grano nei porti ucraini. Non possiamo accettarlo”.
Passiamo invece al cosiddetto Qatargate. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha detto che la democrazia europea è sotto attacco. È davvero così?
“Sono sicuro che la democrazia europea abbia la forza per reagire. Ho provato disgusto per questa vicenda, ma si tratta di mele marce, da non confondere con l’istituzione del Parlamento europeo. La solidità e la forza dell’Unione Europea non sono infatti in discussione, ma per affrontare le grandi questioni abbiamo bisogno di un’Europa più forte e unita che mai”.
Cosa intendono invece fare l’Italia e l’Europa in merito alla repressione violenta delle proteste in Iran?
“Abbiamo chiesto che l’Iran interrompa le condanne a morte e le azioni di repressione violenta. Per noi il ricorso alla pena capitale come strumento di repressione politica rappresenta un punto di non ritorno nel rapporto con l’Iran”.
Lei ha fatto sapere che convocherà l’ambasciatore iraniano non appena si insedierà a Roma. Che cosa gli dirà?
“Quella di abolire la pena di morte è una scelta di civiltà. Nessuno ha il diritto di arrogarsi il potere di uccidere gli altri. Lo ribadirò all’ambasciatore iraniano in Italia, che convocheremo non appena avrà presentato le credenziali”.
Ritorniamo invece in Europa. Continua a rimanere alta la tensione a pochi chilometri da qui tra Kosovo e Serbia, con il timore che possano riaprirsi vecchie ferite. Cosa sta facendo il governo per favorire la stabilizzazione dell’area balcanica?
“Sono stato recentemente nei Balcani insieme al ministro Crosetto per favorire un accordo tra Serbia e Kosovo e mantengo contatti regolari con il presidente serbo e con il primo ministro kosovaro. La pace e la prosperità dell’area balcanica sono fondamentali per l’Italia. A gennaio, proprio in quest’ottica, lavoriamo per organizzare a Trieste una conferenza fra tuti gli attori italiani interessati ai Balcani in vista di nuove iniziative internazionali”.
Il primo dicembre lei ha poi incontrato il suo omologo egiziano Samen Shoukry e ha fatto sapere di aver discusso anche dei casi di Giulio Regeni e Patrick Zaki. Come si sta muovendo la Farnesina a tal proposito?
“Ho ribadito al mio omologo egiziano Shoukry che il governo italiano segue con la massima attenzione la ricerca di giustizia e verità per Giulio Regeni, barbaramente ucciso nel 2016. Sul caso di Patrick Zaki il nostro auspicio è invece che possa presto proseguire i suoi studi nel nostro paese”.
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