Viterbo – “Identità dei luoghi, bellezza, tradizione e consapevolezza degli stessi. Saranno questi gli impegni che vivrò verso le persone e il territorio nell’arco di quest’anno. Partendo innanzitutto dall’analisi dei contesti”. Orazio Francesco Piazza è vescovo di Viterbo da poco più di un mese ed ha di fatto già incontrato il grosso delle istituzioni e delle associazioni, la società civile, per strutturare il suo programma di lavoro in vista del 2023, appena iniziato. Un percorso accompagnato da un metodo di lavoro che chiarisce nel corso dell’intervista. Un bilancio il suo che guarda non all’anno appena trascorso, ma a quello che è appena iniziato. Più che una sintesi di ciò che è stato, la sua è una prospettiva rispetto a ciò che sarà.
Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza
Vescovo Piazza, quali sono i progetti per il prossimo anno?
“Conoscere le persone e il territorio è il punto di partenza. E farlo significa esserci e vivere entrambi. In questi giorni sto facendo molti incontri, vivendoli con lucidità, perché voglio sapere dove vivo. Perché non so dove vivo e con chi vivo, non posso stabilire il come, ossia il metodo di lavoro”.
E come intende vivere il territorio?
“Dandogli una presenza di sponda. Qualcuno con cui parlare. Una persona di riferimento. E il mio messaggio è questo: io ci sono sempre, senza limiti, se non quelli dettati dall’agenda. Essere presenti significa poi incontrare le persone, conoscerle e conoscere il territorio in cui vivono, così come le tradizioni e i valori che caratterizzano i contesti. Ogni luogo è il suo luogo. Ogni luogo ha un suo specifico valore. Non c’è un centro e una periferia. Ogni centro è tale solo se è consapevole della propria identità e della sua qualità. Soltanto in tal modo il centro di una città si può armonizzare con la periferia. E la periferia, in base agli stessi criteri, deve a sua volta sapersi armonizzare con tutte le altre realtà. Esserci, appunto. Sia da parte del centro che della periferia. L’uno per l’altro, ciascuno per il territorio. Esserci per mettersi alla ricerca del suo essere più proprio, prendendosene cura”.
Quale sarà la sfida dopo questa prima presa d’atto?
“Tutelare e custodire il territorio. La parola custodia, nella dinamica biblica significa innanzitutto riconoscere l’identità delle cose che ci stanno di fronte, la loro dinamica. Altrimenti l’identità diventa solo una forma di chiusura, un vivere di nostalgia. Oppure un qualcosa che si disperde. L’identità deve dunque accompagnarsi al dinamismo della trama sociale, al suo divenire. Consentendo in tal modo anche lo svolgersi necessario, cioè la ricontestualizzazione continua, del dinamismo della tradizione. Facendo brillare e valorizzando tutto ciò che di buono c’è in un territorio. Questi sono gli elementi che nel 2023 caratterizzeranno la mia progettualità: identità e bellezza dei luoghi, tradizione, consapevolezza e valorizzazione degli stessi”.
L’identità non rischia, tuttavia, di essere un fattore di contrapposizione?
“Lo diventa nella misura in cui si mummifica. L’identità è una realtà dinamica e va vissuta in maniera progettuale. Ad esempio, l’identità che io ho di appartenere a Cristo e al Vangelo lo devo necessariamente contestualizzare nella realtà di oggi. Muovendo dalla mia capacità di mediazione e tenendo conto di come gli altri la percepiscono. Un’identità che non dialoga rimane asfittica. Il dialogo è la sua forma vivente che le permette di poter vivere al di là di chi l’ha prodotta e di camminare sulle gambe delle persone e della comunità di cui esse fanno parte. Io ho scelto di vivere il sogno di Cristo per l’uomo. E l’uomo per cui vivo è l’uomo che ho di fronte”.
Viterbo – Orazio Francesco Piazza e Lino Fumagalli
Come intende realizzare gli elementi progettuali di cui ha parlato?
“Innanzitutto definendo le strutture di un’identità pastorale, cioè il modo con cui pongo la mia identità di fede. In questi giorni mi sono dedicato soprattutto alla realtà sociale e civile, perché ho bisogno di capire chi mi sta accanto e come vive. Quali sono risorse e delusioni. Non solo rispetto alla fede, ma alla vita. Soltanto così posso scorgere gli elementi con cui entrare in dialogo. Passaggio fondamentale è dunque la conoscenza del territorio e delle persone che lo abitano. Senza pregiudizi. Chiunque vorrà parlarmi, io sono a disposizione. A partire dalla motivazione dell’incontro, condividendo analisi e valutazioni.
Cosa si aspetta?
“Mi aspetto fiducia. E l’affidabilità della fiducia sia ha solo se una persona è motivata autenticamente. E non starò di certo lì a sognare una realtà senza conflitti, ma starò tuttavia lì tracciare possibili sentieri e vie d’uscita. Una fiducia che non sarà a occhi chiusi, ma nemmeno pregiudiziale o condizionata. Fidarsi vuol dire infatti confidarsi e affidarsi. Tenendo bene a mente che la fiducia può essere tradita solo nell’oggetto, mai nei punti di vista. Diventa pertanto necessario tornare di nuovo a pensare, ritrovando quell’umanità che ha bisogno di parole come misericordia, compassione e benevolenza. La prima vuol dire dare il cuore a chi è nella miseria, La seconda, portare il peso di quella realtà. La terza, infine, volerne il bene. Le trame di cui dobbiamo occuparci. Il mio sogno. Il sogno del Vangelo e di Cristo, che si va a realizzare in un contesto dove ci sono le ingiustizie ma al tempo stesso le potenzialità per poterle superare”.
Cosa l’ha colpita più di tutto in questo suo primo mese da vescovo di Viterbo?
“La gente mi viene incontro per salutarmi. Vivere una città significa innanzitutto conoscerla, passarci a piedi, girarla per conto proprio con la macchina o più semplicemente andare a fare la spesa. Fare una passeggiata vuol dire guardare e attraversare le realtà attorno per trovare i necessari punti di riferimento”.
Chi ha incontrato in questi giorni?
“Tutte le istituzioni e le ho trovate accoglienti e aperte al dialogo. Ho incontrato anche l’università e le organizzazioni sindacali e di categoria e ho iniziato a confrontarmi anche con la realtà sanitaria del territorio. Sono stato poi in carcere, anche al 41 bis, e al tribunale. Ho visto diverse Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) e associazioni, così come ho avuto modo di confrontarmi con parte delle forze armate. Sono stato inoltre a diverse cene di solidarietà per capire il tessuto delle povertà”.
Quali sono state le questioni che ha posto alle diverse realtà che ha incontrato?
“Ho chiesto soprattutto le criticità che riscontrano. La mia preoccupazione è stata quella di capire le difficoltà e le potenzialità che insieme possiamo sviluppare”.
Le principali criticità che hanno evidenziato quali sono?
“Innanzitutto la dislocazione territoriale che rende difficile il rapporto tra centro e periferia. E l’obiettivo è trovare una progettualità capace di far esprimere tutte le localizzazioni. Un principio di unità in grado in grado di irradiarsi. Le altre difficoltà che sono poi state evidenziate hanno riguardato la dinamica del lavoro, l’ambiente e le potenzialità di sviluppo delle strutture. Non abbiamo ancora parlato di Pnrr, tema fondamentale. Perché è con esso che le criticità possono diventare di motivo sviluppo e la progettualità risolvere problematiche e questioni”.
Di cos’altro avete parlato?
“Ad esempio del centro storico di Viterbo, che muore, e di quanto sia difficile sviluppare vocazioni del territorio, come turismo, agricoltura e cultura, come pure delle difficoltà che nascono dalle situazioni sociali e nel momento in cui il rapporto persona-comunità diventa più o meno evidente. E ciò significa parlare del tema della sanità e della cura del cittadino”.
Il tema dell’ingiustizia sociale è stato affrontato?
“Sì, sotto varie forme”.
Quali?
“Partendo dalla necessità di superare le risposte di parte. Perché finché le cose solo alla luce di interessi particolaristici, allora avremo sempre ingiustizia sociale. Bisogna invece concentrarsi sui bisogni delle persone, determinando progettualità e condizioni di scelta. Si creano le strutture per poter dare delle risposte. E per farlo bisogna prima identificare i bisogni, poi le strutture da realizzare”.
Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza
Che idea s’è fatto del Natale viterbese?
“Per me è un fatto nuovo e non ho termini di paragone. Posso però dire che Viterbo è una città di straordinaria bellezza. Una realtà da custodire. E per farlo, bisogna studiare ciò che le fa bene, facendo così brillare tutte le sue specificità. Facendola vivere muovendo da prospettive chiare. Stabilendo motivazioni e destinazione. Evitando di rispondere solo alle urgenze del momento. Una città vissuta e valorizzata”.
Quale è il ruolo della preghiera nel suo vissuto quotidiano. Un vissuto fatto di tanti impegni?
“La mia è una preghiera diretta e mediata. Lei non immagina quante famiglie e persone mi hanno telefonato chiedendomi di pregare per loro. La preghiera non è soltanto congiungere le mani, ma farlo per portare la vita, unendola tua. Solo così la preghiera diventa l’aria che respiri. La preghiera è un dialogo, un contatto. La preghiera è intimità e dinamica affettiva. Il vescovo non è solo un’istituzione, ma anche un uomo che prega. Un uomo che vigila affinché le persone possano vivere al meglio delle loro possibilità. Il vescovo è al tempo stesso un uomo come gli altri, con le sue fragilità, e al tempo stesso uno abituato a dilatare il cuore. La preghiera è tornare a casa, nostalgia di sé e di Dio. La condizione giusta per rimettere a fuoco le cose”.
Un’ultima domanda. E’ morto Benedetto XVI, Papa emerito. Il primo in assoluto. Il primo in presenza un altro Papa, Francesco I. Quale sarà, secondo lei, il segno che tutto questo lascerà nella storia della chiesa?
“Benedetto XVI è stato un papa che ha vissuto sostenendo la chiesa con la preghiera. Io l’ho conosciuto bene. Un uomo di grandissima sensibilità. Il fascino intellettuale di chi ha percorso i sentieri del sapere. Un uomo innamorato di Cristo e della chiesa, che ha servito con dedizione totale. Un uomo che non ha mai finto. Capace di un atto estremo di umiltà e di grande coraggio, difficile da comprendere e da gestire. Un uomo che dice di non essere più in condizione di servire al meglio o è un fifone o è un grand’uomo. E sapendo bene chi è stato, posso dire che Benedetto XVI è stato un grand’uomo. Una persona che si sentiva servitore e non padrone”.
Daniele Camilli
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