Viterbo - Stasera alle 21 da piazza San Sisto il terzo trasporto di Dies Natalis - In piazza del Comune Italo Leali, presenza autentica e spirituale nel segno della liberazione
di Carlo Galeotti
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 Viterbo – Santa Rosa – Dies Natalis al sagrato  Macchina di Santa Rosa – Dies Natalis  Viterbo – Santa Rosa – Dies Natalis a piazza delle Erbe  L’incontro di Italo Leali con papa Leone XIV – La figlia Ludovica |
Viterbo – È il 3 settembre. È il giorno di Santa Rosa. È il giorno in cui Viterbo si ferma, aspetta, guarda verso San Sisto e attende quei comandi che da soli bastano a far battere più forte il cuore di una città intera.
“Sollevate e fermi!”.
“Santa Rosa avanti!”.
Stasera quelle parole torneranno a risuonare sotto Dies Natalis.
Alle 21 la macchina di Santa Rosa si alzerà da piazza San Sisto e inizierà il suo viaggio nel cuore di Viterbo, sulle spalle dei facchini guidati dal capofacchino Luigi Aspromonte.
È la notte che Viterbo aspetta per un anno.
La notte dei ciuffi e delle spallette, delle mani strette, degli sguardi che si cercano sotto la macchina, delle vie e delle piazze riempite da migliaia di persone.
La notte in cui la città si riconosce in un rito che appartiene alla sua storia, alla sua fede e alla sua identità.
Ma dentro questa notte, quest’anno, ci sarà per me un fatto ancora più forte. Un fatto che mi emoziona raccontare.
In piazza del Comune ci sarà Italo Leali.
Colpito dalla Sla, assisterà al trasporto. E la sua presenza, almeno per chi scrive, sarà il fatto più autenticamente spirituale della serata. Un fatto dovuto a uno straordinario personaggio che ha il nome di Sergio Pomponio. Prefetto. Persona preposta etimologicamente. Ma viene da dire maestro in umanità. Si deve a lui la presenza di Italo in piazza.
Non una presenza simbolica. Non un elemento di contorno. Non una concessione alla retorica.
Italo sarà lì con la sua vita, con il suo dolore, con la sua forza. Abbiate il coraggio di guardarlo negli occhi.
E proprio questo esserci sarà il vero kerigma universale della notte.
Kerigma, grido di liberazione. Il segno che l’uomo è forte. E libero anche quando è prigioniero. Prigioniero, paradossalmente e inusitatamente, del proprio corpo.
Un annuncio che non ha bisogno di parole e che passa attraverso la capacità di restare nella vita anche quando il corpo si fa prigione.
Questa è la parola che conta: liberazione.
La presenza di Italo sarà nel segno dell’autenticità, della spiritualità, della religiosità quando la religione non è oppio dei popoli ma libertà estrema.
Non una religione che addormenta o consola per rendere sopportabile ciò che è insopportabile.
Ma una religione che libera.
Che guarda il dolore senza nasconderlo e attraversa la sofferenza senza rimuoverla.
Che non promette una fuga dalla vita, ma porta dentro la vita fino in fondo.
Per questo Italo in piazza del Comune sarà molto più di un ospite.
Sarà un annuncio.
Un kerigma senza parole e proprio per questo universale.
Kerigma che parla a chi crede e a chi non crede. A chi cerca un senso e a chi quel senso lo ha perduto. A chi soffre e a chi ha paura della sofferenza.
Il suo esserci dirà che il dolore non può avere l’ultima parola.
Dirà che anche un corpo che diventa prigione può essere luogo di libertà, se si crea bellezza e cultura. Come sta facendo Italo.
E dirà che la religiosità, quando è vera, è anche grido di rivolta contro chi vuole annientarci.
È libertà. È vita.
Ed è proprio qui che la presenza di Italo si incontra con il senso più profondo del trasporto. Con il senso della vita di Rosa, nella sequela di Francesco.
Perché anche il trasporto, prima ancora di essere spettacolo, è un gesto collettivo di forza, di fede, di resistenza. È un corpo fatto di tanti corpi che si muove insieme, sotto un peso enorme, per portare santa Rosa fino al santuario. Dove da viva non fu accettata.
E allora Italo in piazza del Comune e i facchini sotto Dies Natalis saranno una sola cosa.
Saranno, in modo diverso, due immagini della stessa volontà di non arrendersi.
Dies Natalis, ideata dall’architetto Raffaele Ascenzi, affronterà il suo terzo trasporto. Da San Sisto attraverserà il centro storico fino al santuario di Santa Rosa.
Alla guida dei facchini ci sarà Luigi Aspromonte. Con lui il Sodalizio dei facchini di Santa Rosa, presieduto da Massimo Mecarini.
Nei giorni scorsi la prova generale nell’ex chiesa della Pace ha riunito 170 facchini.
Undici i nuovi facchini e cinque i nuovi ciuffi che questa sera vivranno per la prima volta il 3 settembre sotto la macchina.
Il trasporto 2026 sarà dedicato alla pace. E lungo il percorso ci saranno due momenti destinati a segnare questa notte.
Due “sollevate e fermi!” speciali per ricordare altrettante pagine della storia del trasporto: il 1946, quando la macchina tornò a sfilare dopo la guerra, e il 1986, l’anno di Armonia Celeste e del pericolo superato durante il trasporto.
Un viaggio pieno di segni.
Piazza Fontana Grande, piazza del Plebiscito, piazza delle Erbe, corso Italia, piazza Verdi. Fermate. Ripartenze. Comandi.
E ogni volta la stessa tensione. La stessa emozione. Fino all’ultimo tratto. Fino alla salita verso il santuario, quando la fatica diventa enorme e il 3 settembre raggiunge il suo momento più intenso.
I facchini raccolgono le ultime energie. Viterbo trattiene il fiato. Dies Natalis corre verso Santa Rosa.
Prima, però, c’è un’intera giornata da vivere. Il raduno dei facchini, il giro delle sette chiese, il ritiro, il corteo verso San Sisto, la benedizione.
Poi tutti sotto. A quel punto resterà soltanto la voce del capofacchino. “Facchini di Santa Rosa, sotto col ciuffo e fermi”.
E poi i comandi che Viterbo aspetta da un anno. “Sollevate e fermi!”. “Santa Rosa avanti!”.
E quando Dies Natalis arriverà in piazza del Comune, lì ci sarà Italo.
In quel momento il trasporto e la sua presenza si incontreranno. Da una parte la macchina sulle spalle dei facchini. Dall’altra un uomo che continua a creare bellezza e cultura anche quando il proprio corpo è diventato prigione. Due modi diversi di dire la stessa cosa. Che l’uomo può essere libero. Anche sotto il peso della sla o della macchina. Un miracolo laico che neppure chi si dice cristiano riesce a vedere.
Carlo Galeotti
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