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Processo El Dorado - Uno dei due fratelli imprenditori di Canepina lascia il carcere di Rebibbia e torna a casa - Era in cella da un anno e mezzo

‘Ndrangheta, Augusto Corso ai domiciliari

di Stefania Moretti
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Augusto Corso

Augusto Corso

Alberto Corso

Alberto Corso

Domenico Nucera

Domenico Nucera

Viterbo – Augusto Corso agli arresti domiciliari.

L’imprenditore di Canepina, arrestato nell’operazione El Dorado, ha lasciato il carcere di Rebibbia da circa una settimana.

Era rinchiuso in cella dal 6 maggio 2013, quando tra la provincia di Viterbo e quella di Reggio scattò il blitz antiriciclaggio dei carabinieri, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio. 

Gli inquirenti ipotizzavano un flusso di denaro sporco che, dal cuore dell’Aspromonte, arrivava fino al Viterbese, per essere tornare in Calabria pulito.

Ma l’ipotesi riciclaggio è caduta. Dopo l’arresto di 22 persone, tra cui Augusto Corso e il fratello Alberto, per i 17 indagati che hanno scelto il rito abbreviato il processo si è concluso con dieci condanne per associazione di stampo mafioso, ma tutti sono stati assolti dall’accusa di aver lavato soldi sporchi a Viterbo.

Il gup di Reggio Adriana Trapani ha anche dissequestrato le aziende Vitercalabra e Nucera Trasporti, con sede tra Canepina e Vignanello, finite nel mirino degli inquirenti come lavatrici dei capitali di ‘ndrangheta. 

Secondo le indagini del pm Antonio De Bernardo e del procuratore aggiunto Nicola Gratteri, 600mila euro erano stati ripuliti in provincia. Ma dopo le assoluzioni comminate dal gup, è possibile che quei soldi siano arrivati nel Viterbese per altri motivi. Usura, forse. Proprio Augusto Corso ne avrebbe parlato in sede di interrogatorio. Ma quella dell’usura è una pista ancora vergine, momentaneamente rimasta insondata.

Mentre il processo di primo grado con rito abbreviato ai 17 indagati si è concluso, i Corso sono ancora in attesa di giudizio. Oggi compariranno in tribunale per l’udienza.

Proprio il venir meno dell’ipotesi del riciclaggio nella sentenza dell’altro processo ha aperto ad Augusto Corso la strada dei domiciliari. Era l’unica accusa contestata all’imprenditore di Canepina, diversamente dal fratello minore Alberto, imputato anche per associazione a delinquere di stampo mafioso. Una posizione che è quasi un unicum, nel panorama delle indagini per associazione mafiosa: difficilmente capita di trovare un imprenditore che, non solo scende a patti col potere criminale, ma ambisce persino ad affiliarsi a una cosca, con tanto di lettura della formula, goccia di sangue fatta cadere su un limone e santino da bruciare.

Corso chiede al suo mentore Domenico Nucera, calabrese residente a Graffignano e condannato in primo grado a 7 anni, di illustrargli tutto il cursus honorum dello ‘ndranghestista. Sembra ansioso di salire uno a uno i gradini della carriera criminale, per arrivare in cima alla scalata.

Tanto risulterebbe dalle intercettazioni dell’indagine “El Dorado”, diventata famosa soprattutto per aver svelato l’esistenza di tre locali di ‘ndrangheta a Condofuri.

Per dare un’idea più precisa, una locale è un insieme di ‘ndrine, formata da almeno 49 ‘ndranghetisti diretti da un capo. Condofuri è un paese di appena 5mila abitanti. E una di queste locali, quella dei Nucera, arrestati in massa nel blitz “El Dorado”, aveva la sua sede privilegiata nella frazione di Gallicianò.

Ricapitolando: tre locali di ‘ndrangheta concentrati in un unico paesino. Senza fare salve neppure le frazioni.

Stefania Moretti


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10 novembre, 2014

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