Viterbo – “Al confine tra Lazio e Umbria attività per investire capitali della ‘ndrangheta”. Di infiltrazioni mafiose nella Tuscia si parla nelle motivazioni di una sentenza della corte di cassazione datata 14 giugno 2018.
Una sentenza relativa ai ricorsi presentati da otto soggetti, imparentati tra loro, di età compresa tra i 45 e i 77 anni, spesso omonimi, tutti appartenenti alla nota famiglia della ‘ndrangheta calabrese dei Nucera e condannati per associazione di stampo mafioso.
Un cognome – Nucera – che in provincia di Viterbo ha avuto per la prima volta risalto sulla stampa nel 2013, ai tempi dell’operazione “El Dorado” della Dda di Reggio Calabria, sfociata in 22 arresti, tra i quali i fratelli canepinesi Augusto e Alberto Corso. Il primo assolto, mentre Alberto sta scontando la condanna a 9 anni in secondo grado per associazione mafiosa.
Tutti sono stati assolti dall’accusa di riciclaggio.
Alberto Corso sarebbe stato in affari con Domenico Nucera, 47enne calabrese, appartenente alla cosca di Gallicianò residente a Graffignano da almeno dieci anni, anche lui arrestato nel blitz di cinque anni fa.
A seguito di mancanza di liquidità, l’imprenditore di Canepina secondo l’accusa inziale avrebbe deciso di mettersi in affari con la ‘ndrangheta, stringendo un patto con Domenico Nucera per il riciclaggio di capitali sporchi che, dall’Aspromonte, risalivano la penisola fino a Viterbo, per il “lavaggio” nelle ditte amministrate da Corso e dai fratelli Nucera.
Famose le intercettazioni dei dialoghi tra Alberto Corso e Domenico Nucera, dai quali emergerebbe l’intenzione di fare di Canepina una “GioiaTauro 2”, nonché l’entusiasmo di Corso alla prospettiva di una futura ascesa nella cosca: da “contrasto onorato”, già affiliato in attesa di battesimo, a “picciotto” e poi “sgarrista”.
“Capitali della ‘ndrangheta riciclati dai fratelli Nucera tra Lazio e Umbria”
Ebbene, il richiamo al Viterbese è legato all’annullamento, nei giorni scorsi, da parte della suprema corte, per la posizione di Domenico Nucera nel processo “Eracle”, da cui è uscito con l’abbreviato, con rinvio al tribunale della libertà riguardo all’ipotesi che il 47enne sia a capo della cosca Condello con specifico riferimento anche alla gestione dei buttafuori nei lidi balneari.
Secondo gli inquirenti: “Il riferimento a cariche, iniziazioni ed altro nonché il tipo di attività imprenditoriale posto in essere dai fratelli Nucera nel Viterbese dimostrano l’esistenza di una associazione proiettata all’esterno e che ha promanato un diffuso senso di paura e di omertà”.
Per l’accusa, in base all’analisi di una lunga serie di conversazioni telefoniche ed ambientali, sarebbe emersa prova dell’operatività della “locale” anche al di fuori della Calabria e, in particolare, “nella zona di confine fra Lazio e Umbria, dove i fratelli Domenico, Francesco e Raffaele Nucera erano attivi nel campo dell’estrazione e trasporto di inerti attraverso varie società, impiegate per investire capitali della ‘ndrangheta”.
I colloqui registrati darebbero conto di “un anomalo ed impressionante flusso di denaro movimentato dagli imputati attraverso le società di trasporto a loro riconducibili ed operanti fra la Calabria e l’Alto Lazio”.
“Una pistola sotto il sedile per agevolare il sodalizio mafioso”
A Domenico Nucera viene inoltre addebitata la detenzione di una pistola calibro 9×21, come risulterebbe dal contenuto di una intercettazione ambientale all’interno dell’auto del 47enne mentre si trovava nel Viterbese.
Si tratta dell’intercettazione di una conversazione registrata il 21 dicembre 2009, in cui Domenico Nucera invita il suo interlocutore a prendere da sotto il sedile su cui è seduto una pistola, specificando che si tratta di una pistola calibro 9×21.
Per la difesa, “all’attività dei fratelli Nucera nell’Alto Lazio non possono essere né presunti né ricollegati atti intimidatori, posto che tale attività non è mai stata oggetto di indagini specifiche e, comunque, è situata al di fuori del territorio di operatività della presunta cosca”.
“Il dubbio che, nella conversazione in cui Domenico Nucera chiede al suo interlocutore di prendere l’arma che si trova sotto il sedile, l’imputato intendesse genericamente vantarsi di essere armato, senza che ciò possa provare il fatto, è del tutto illogico e congetturale”, scrivono invece i giudici.
La circostanza che, nel momento in cui venne intercettata la conversazione relativa all’arma, Domenico Nucera si trovasse non in Calabria ma in provincia di Viterbo, conferma, per l’accusa, che, in quel frangente, egli stesse operando in veste di affiliato alla ‘ndrangheta, posto che i giudici di merito hanno rilevato che gli “affari” della cosca si svolgevano proprio in quella zona.
Il possesso di quell’arma sarebbe stato finalizzato all’agevolazione del sodalizio mafioso di appartenenza: “La caratura mafiosa di Nucera e la sua appartenenza al consesso organizzato mafioso all’interno del quale si muove e ricopre una posizione di assoluto spessore, dà l’autoevidenza della finalizzazione all’agevolazione mafiosa della condotta di detenzione dell’arma. La disponibilità di armi in capo agli associati si giustifica in quanto essenziale per la vita dell’associazione e per il mantenimento della sua attitudine ad incutere timore e a generare assoggettamento nel contesto territoriale in cui opera”.
Dall’usura al patto coi Nucera
Tre anni prima dell’operazione El Dorado, nel 2010, i fratelli Corso erano stati già arrestati dopo la denuncia di un cugino che li accusava di appartenere a una banda di strozzini per i quali il processo è ancora in corso a Viterbo.
Tra i 15 imputati di usura e ricettazione, ben 8 dei quali di Canepina, anche Alberto e Augusto Corso, della Ortofrutta Cimina, poi riarrestati in odore di ‘ndrangheta nel 2013.
L’udienza di ammissione delle prove risale appena al 22 maggio, mentre per ascoltare i primi testimoni dell’accusa bisognerà aspettare gennaio 2019.
Silvana Cortignani
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