Marta – (sil.co.) – Porto di Marta, al via questa mattina davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei il processo al sindaco Maurizio Lacchini, alla consigliera comunale Lucia Catanesi e al responsabile dell’ufficio tecnico Giacomo Scatarcia. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Carlo Mezzetti, Roberto e Francesco Massatani e Giovanni Labate.
L’inchiesta sul più grande porto del lago di Bolsena, coordinata dal procuratore capo Paolo Auriemma e dal pm Massimiliano Siddi, prese il via nel 2016, dopo i lavori di ristrutturazione e ampliamento finanziati dalla Regione Lazio con fondi europei.
L’attenzione degli inquirenti si incentrò sulla nuova opera idraulica posta a tutela dell’incile del fiume Marta.
Inizialmente gli indagati erano otto, ma per cinque di loro la posizione è stata archiviata.
Il gup Savina Poli ha rinviato invece a giudizio l’attuale sindaco, l’ex sindaca e il dirigente comunale, su richiesta della procura, lo scorso 16 ottobre, fissando alla vigilia di Natale la prima udienza che, salvo eccezioni preliminari delle difese o imprevisti, dovrebbe concludersi oggi con l’ammissione delle prove e la fissazione della data in cui il processo entrerà nel vivo, l’anno prossimo, quando saranno sentiti i primi testimoni dell’accusa.
Il 5 febbraio 2018 la guardia di finanza sequestrò il porto di Marta.
Per far mettere i sigilli a quella banchina di 270 metri che, secondo gli inquirenti, era stata realizzata come opera idraulica e non come zona portuale, la procura si dovette rivolgere al tribunale del riesame di Viterbo. I giudici rivelarono “conseguenze negative sull’ecosistema e sulle matrici ambientali correlate alla presenza delle imbarcazioni ormeggiate. Un porto – spiegarono – fisiologicamente comporta, oltre al transito dei natanti, di uomini e di mezzi, lo sversamento dei carburanti, la perdita di liquidi, la creazione di rifiuti destinati sovente a finire sul fondale”. Ma il 26 luglio 2018 la diga frangiflutti è stata dissequestrata.
Agli imputati sono contestate alcune violazioni alla normativa ambientale. Ma l’accusa è anche di abuso d’ufficio tramite falso ideologico. “La realizzazione della nuova opera – sottolineano gli inquirenti – ha costituito anche presupposto per l’illecita percezione da parte dell’amministrazione comunale di proventi economici corrisposti dai turisti con l’attracco delle imbarcazioni, utilizzando attrezzature non collaudate. Tali strumenti non potevano essere inseriti nella costruzione dell’opera idraulica, perché palesemente esclusi dalla relazione di progetto, dato il potenziale impatto sulla componente idrico-ambientale”.
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