Marta – “”La Regione non voleva un’opera idraulica contro l’insabbiamento, ma un porto per 300-400 barche a Marta”.
Un porto vero e proprio, per 300-400 imbarcazioni da diporto, secondo il maresciallo Ettore Casaburi del nucleo navale della guardia di finanza.
L’inchiesta sul più grande porto del lago di Bolsena prese il via nel 2016, dopo i lavori di ristrutturazione e ampliamento finanziati dalla Regione Lazio con fondi europei. Inizialmente gli indagati erano otto, ma per cinque la posizione è stata archiviata.
Ieri Casaburi ha testimoniato per l’accusa al processo in cui sono imputati il sindaco Maurizio Lacchini, la consigliera comunale Lucia Catanesi e il responsabile dell’ufficio tecnico Giacomo Scatarcia (difesi dagli avvocati Carlo Mezzetti, Roberto e Francesco Massatani e Giovanni Labate).
“Se l’obiettivo della Regione, che ha fatto i lavori, era risparmiare i centomila euro all’anno spesi per i dragaggi, non ha funzionato. Basta andare sul posto per vedere che adesso si è formato addirittura un isolotto di sabbia”, ha sottolineato il teste del pm Massimiliano Siddi.
Il 5 febbraio 2018 la guardia di finanza sequestrò il porto di Marta. Per far mettere i sigilli a quella banchina di 270 metri che, secondo gli inquirenti, era stata realizzata come opera idraulica e non come zona portuale, la procura si dovette rivolgere al tribunale del riesame di Viterbo.
“Impossibile un’opera idraulica con quella quantità di cemento – ha proseguito il teste – in un’area sottoposta a plurimi vincoli, dove dovrebbero esserci solo dei paletti di legno ecompatibili. L’opera, cui più volte è stata negata l’autorizzazione per l’impatto ambientale, alla fine è stata autorizzata, ma con molte ambiguità nel progetto, privo perfino dello studio delle correnti”.
“L’intenzione della Regione era fare un porto, non un’opera idraulica contro l’insabbiamento – ha più volte ribadito il militare della finanza – a Marta erano già ormeggiate 200 barche e si calcolava di portarle a 300-400. Erano previsti anelli d’acciaio per l’ancoraggio dei natanti da diporto, canali per le acque, colonnine”.
“L’uso portuale è stato determinato da Regione e Comune. In assenza dell’autorizzazione regionale, nel 2016, quando stava per partire la stagione turistica, l’allora sindaco Catanesi fece un’ordinanza con cui la pubblica amministrazione si auto-autorizzava alla gestione del porto e allora furono fatti anche i pontili. Ma già nel progetto ricordo che c’era scritto in maniera esplicita che il porto doveva servire a implementare il turismo”.
Agli imputati sono contestate alcune violazioni alla normativa ambientale. Ma l’accusa è anche di abuso d’ufficio tramite falso ideologico.
“All’inizio del molo – ha spiegato il finanziere al difensore Roberto Massatani – c’era una tabella di cantiere dove si parlava di lavori di ampliamento e messa in sicurezza dell’incile del fiume Marta da parte della Regione e nelle foto erano già rappresentati anche i pontili, i pozzetti per gli allacci elettrici e tutto il resto”.
“Era manifesta la volontà di completare il molo con un porto per l’attracco delle barche. Anche se il comune non aveva la concessione, come non ce l’avevano tutti gli altri comuni lacustri, che pure ormeggiavano natanti da diporto. L’opera idraulica non è stata mai accatastata e l’insabbiamento è peggiorato, ha subito un notevole incremento”.
Nessuna indagine da parte della guardia di finanza nei confronti della Regione Lazio.
“Personalmente, ero presente quando alcuni funzionari regionali sono stati sentiti dal pm Siddi a sommarie informazioni, spiegando che per loro era un’opera idraulica. Ma dai documenti si evince un porto”, ha ribadito Casaburi.
L’interrogatorio del testimone riprenderà il prossimo 20 aprile, dopo che il fascicolo del processo sarà stato integrato di tutta la documentazione contenuta nell’informativa consegnata alla procura in cui si farebbe esplicito riferimento alla realizzazione di un porto a Marta.
Silvana Cortignani
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