Il carcere di Mammagialla – Nel riquadro: Giovanni Delfino
Viterbo – Detenuto ucciso in carcere dal compagno di cella seminfermo di mente, chiesto il rinvio a giudizio per concorso in omicidio colposo di due agenti della polizia penitenziaria. Nel frattempo sono passati oggi tre anni esatti dalla tragica morte di Giovanni Delfino, massacrato a Mammagialla la sera del 29 marzo 2019.
Secondo l’accusa, i poliziotti non potevano non sapere che a causa della sua pericolosità, nota a tutti e abbondantemente documentata, l’assassino doveva stare in cella da solo. Così come non potevano non sapere che c’erano due celle “singole” disponibili quando è stato trasferito nella stanza della vittima.
Gli indagati compariranno domani, 30 marzo, davanti al gup Savina Poli, cui spetterà l’ultima parola sul caso della orribile uccisione di Giovanni Delfino, il 61enne viterbese massacrato a colpi di sgabello la sera del 29 marzo 2019 da Khajan Singh.
E’ il 37enne indiano che ai tempi viveva a Cerveteri, giudicato seminfermo di mente, condannato in primo grado dalla corte d’assise del tribunale di Viterbo a 14 anni e in secondo grado a 12 anni di reclusione.
Per quella morte, assolutamente evitabile secondo l’avvocato di parte civile Carmelo Antonio Pirrone, che assiste i familiari della vittima, si è aperto un secondo filone d’inchiesta, sfociato nella richiesta di rinvio a giudizio dei due agenti da parte del sostituto procuratore Franco Pacifici.
Per l’accusa sono colpevoli di non avere fatto in modo che l’omicida fosse guardato a vista in una cella singola, come disposto a causa della sua pericolosità, invece che farlo alloggiare in camera col povero Giovani Delfino che, come si ricoderà, è stato massacrato per la scelta di un canale televisivo e per un accendino.
Soddisfatto l’avvocato Pirrone, il quale si è battuto fin dall’inizio affinché venissero individuate ulteriori responsabilità e ha intrapreso anche una causa civile, tuttora in corso, perché lo stato risarcisca gli eredi di Delfino.
I sette eredi della vittima chiedono al ministero della difesa un risarcimento di un milione e mezzo di euro. Sono la madre 83enne, la sorella, il fratello, la moglie, il figlio e i due nipotini in tenera età della vittima.
L’avvocato di parte civile Carmelo Antonio Pirrone
Imputati l’ispettore della penitenziaria all’epoca responsabile del padiglione D1 dei detenuti e il responsabile pro tempore del reparto isolamento della casa circondariale.
Secondo l’avviso di conclusione indagini, non avrebbero opportunamente valutato ed eseguito “per negligenza, imprudenza e imperizia” le disposizioni impartite dalla psichiatra che aveva raccomandato “grandissima sorveglianza in camera di pernottamento da solo”. Raccomandazioni girate un mese prima dell’omicidio, il 20 febbraio 2019, dallo stesso responsabile dell’isolamento al collega coordinatore del padiglione detenuti, per cui entrambi ne sarebbero stati sicuramente a conoscenza.
Il 19 febbraio, inoltre, un altro medico aveva proposto “grande sorveglianza medico custodiale”. E un altro medico, il 21 febbraio 2019, aveva rincarato la dose, proponendo “grandissima sorveglianza con le precauzioni necessarie riguardo suppellettili ed elementi ed oggetti acuminati”. Disposizioni ribadite dalla psichiatra e dalla psicologa alle riunioni multidisciplinari del 13 marzo e del 29 marzo di tre anni fa, lo stesso giorno del delitto.
“I precedenti di Singh erano noti a tutti – ricorda Pirrone – il 14 febbraio 2019 è stato arrestato a Cerveteri per il tentato omicidio del convivente omosessuale. Due giorni dopo, nel carcere di Civitavecchia, ha tentato di uccidere il compagno di cella, salvato da un agente prontamente intervenuto che a sua volta è stato preso per il collo. Motivo per cui è stato sottoposto a Tso, trattamento sanitario obbligatorio. Pochi giorni prima di uccidere Delfino, mentre era già stato trasferito a Mammagialla, il 37enne aveva fracassato uno sgabello perché l’addetto alle pulizie non aveva risposto a una sua chiamata”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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