Viterbo – “Crisi climatica, con siccità e poi improvvise bombe d’acqua. Caro-carburanti e caro-energia. La fotografia del 2022 non può essere che negativa”. Remo Parenti, presidente Confagricoltura traccia le somme di questi ultimi 12 mesi, che per il mondo delle coltivazioni e dell’allevamento sono “da dimenticare”.
Remo Parenti
Che anno è stato il 2022 e che bilancio possiamo farne?
“Mi ero ripromesso di non fare bilanci, perché di fatto va tutto abbastanza male. Il cambiamento climatico sta accelerando e ogni anno di più ci andiamo a scontrare con avversità che prima erano saltuarie, mentre ora sono diventate stagionali. E se c’è un’avversità climatica, il nostro lavoro, legato imprescindibilmente alla terra, non viene bene. Possiamo essere bravi quanto vogliamo, rimboccarci le maniche e usare tutte le tecniche aggiornate e all’avanguardia del settore, ma i risultati non sono mai brillanti. Le piante sono le prime a risentire del cambiamento del clima”.
E proprio dal punto di vista climatico il 2022 ha registrato anomalie con mesi di siccità estrema e poi bombe d’acqua e improvvisi temporali…
“Esatto. Chiudiamo l’annata con 600 millimetri di precipitazioni a Viterbo. Un dato nemmeno troppo distante dalla media dell’anno che è quasi 700 millimetri. Ciò che di problematico occorre sottolineare è che nella prima parte dell’anno, fino a ottobre, non è piovuto quasi mai. Questi 600 millimetri di cui oggi parliamo si sono concentrati tutti nell’arco di poche settimane. Per questo denunciano non una ‘quasi normalità’, ma due ‘anormalità’ che devono sommarsi. Per sei mesi ha fatto poco o nulla e poi nelle ultime otto settimane ha fatto piogge per più della metà di quello che è la precipitazione media”.
Qual è stato il settore che ha retto meglio a queste criticità?
“Sicuramente le olive, la cui raccolta non è andata male. Nella Tuscia abbiamo piante generose che ancora una volta hanno resistito a tante avversità e difficoltà. Hanno dato delle olive abbondanti e di conseguenza un olio abbondante e di qualità, in tutte le aree della Tuscia. È il settore che meglio ha resistito”.
Per quanto riguarda il settore delle castagne?
“Qui si apre un capitolo a parte. La produzione di castagne è stata abbondante, ma la qualità non è stata parallela. Ne abbiamo avute moltissime, ma tutte piccole e di solito il mercato, per andare incontro ai gusti dei consumatori, richiede una castagna di pezzatura grossa. Che poi anche questi gusti dei consumatori andrebbero rivisti e cambiati: seppure di piccole dimensioni, castagne buone e dolci come quelle di quest’anno non ci sono state mai. Essendo piovuto poco, lo zucchero si è di fatto concentrato. Ma il problema delle dimensioni ha fatto sì che ai produttori, sul mercato, venissero pagate pochissimo”.
Come è la situazione del mercato per il settore castagnicolo?
“Il mercato va male. Ci sono delle regole che sono uguali da anni ormai e che non seguono l’andamento e i cambiamenti climatici e di produzione. Ad esempio, la pezzatura 55-60, ovvero 55-60 castagne per formare un chilo, ha un prezzo inavvicinabile. Quest’anno circa 400 euro al quintale. Poi, ogni cinque castagne in più che servono per arrivare al chilo, il prezzo cala in maniera sproporzionata. Se per formare un chilo, si arriva a 85-90 castagne, quest’anno il prezzo era ben al di sotto dei 100 euro al quintale. Si parla addirittura di 80 centesimi al chilo per il marrone dei Monti Cimini, una castagna che è da sempre nostro fiore all’occhiello e che ha rinomanza ben oltre i nostri confini nazionali. È una delle migliori castagne che esistono a livello mondiale. Eppure il prezzo sul mercato era tale da sconsigliare la raccolta”.
Che anno è stato il 2022 per i produttori di nocciole?
“Purtroppo le difficoltà per questo settore sono ancora più grosse, sui monti Cimini c’è stato un calo del 50% della produzione media. E nonostante una produzione dimezzata, i prezzi sono rimasti quelli. Il calo non è stato accompagnato da un aumento del valore sul mercato. A determinare una flessione così netta è stata senza ombra di dubbio la siccità registrata nei primi mesi dell’anno. Le nocciole sono la prima coltura a risentire della siccità. E quelli sono stati mesi di sete”.
Come mai non c’è stato un adeguamento dei prezzi alla produzione? In tutti i settori si è registrata questa tendenza?
“L’adeguamento dei prezzi è stato difficile per tutti i settori. I costi produttivi negli ultimi mesi sono schizzati alle stelle, e a questo non ha fatto seguito l’aumento dei prezzi sul mercato di vendita. Ad esempio, i produttori di latte hanno dovuto affrontare, tra caro-energia e caro-sementi, spese raddoppiate e triplicate. Il latte si vendeva però sempre a 40 centesimi. Lo stesso prezzo dei 7-8 mesi precedenti”.
Cosa avete chiesto ai governi nazionali ed europei per fronteggiare la crisi economica dovuta al caro-carburante?
“Abbiamo chiesto di mettere un price-cap, un intervento che ci potesse consentire di prendere un prezzo mediato dal governo a livello europeo. Fino ad ora però questo è avvenuto. Ci sono stati degli interventi di aiuto per il gas, ma alla fine anche in questo caso non vediamo all’orizzonte grandi soluzioni. E sono quantomai urgenti. Un caso tra tutti sia indicativo. A settembre è arrivata da noi una allevatrice di vacche da latte che ci ha mostrato una bolletta da 76mila euro, rispetto ai 18mila soliti. Un litro di latte al momento sta a 58 centesimi – contro i 40 dei mesi scorsi -, quante vacche dovrebbe mungere per arrivare a coprire quella cifra? Ecco questo sia da esempio su quanto la situazione è complicata”.
A tutto questo, come se non bastasse si aggiungono l’emergenza cinghiali e lo spettro del deposito di rifiuti nucleari nella Tuscia…
“Per quanto riguarda la situazione cinghiali siamo ormai allo stremo. Non riusciamo più a coltivare, e tante zone, infatti, hanno smesso di farlo. Si lavora per sfamare interi branchi. Ci dicono di continuare a lavorare, poi di richiedere i danni. Non può essere la soluzione. Perché quello che ci offrono è un indennizzo per le perdite di cui noi non conosciamo l’importo, né le tempistiche. Di solito rappresenta il 30% del valore del reale danno subito e arriva sui nostri conti a distanza di tre o quattro anni. E chi vive di agricoltura nel frattempo come mangia? Non mangia, e l’azienda chiude. Per combattere questa criticità non servono chissà quali finanziamenti o risorse economiche, basterebbe dare la possibilità ai cacciatori, ad esempio, di sparare tutto l’anno. Oppure sterilizzare gli esemplari. Se si vuole salvare l’agricoltura qualcosa va fatto. E va fatto subito, perché siamo già in ritardo. Ogni giorno c’è qualche azienda che smette di lavorare”.
Altra spada di Damocle che incombe sulla Tuscia, il deposito di rifiuti radioattivi…
“Esatto. Al di là di tutte queste difficoltà legate al caro-energia, al caro-bollette e alle avversità climatiche, non dobbiamo dimenticarci di questo spettro che incombe sulla Tuscia. Inserire all’interno del nostro ecosistema un deposito di scorie radioattive potrebbe essere il colpo di grazia di una situazione già abbastanza compromessa. Potrebbe essere devastante per un’economia che si basa sull’agricoltura, sul turismo e sull’enogastronomia. La provincia di Viterbo ha improntato il proprio sviluppo sulla terra e i suoi prodotti di qualità. Questo, per ovvie ragioni, non può sposarsi con il nucleare”.
Cosa si augura per il 2023?
“Mi auguro che quello che le nostre richieste trovino accoglimento. Mi auguro che si capisca finalmente che un deposito di scorie nucleari in provincia di Viterbo è una scelta scellerata. E sopra di ogni altra cosa, mi auguro che ci sia una politica agricola italiana. Che si deve permeare con quella europea, ma che sia italiana. E che delinei un preciso percorso da seguire. Una politica agricola che in Italia manca dal 1977, dal ministro Giovanni Marcora, quando era chiara la strategia, quando era tracciata la strada e la direzione da seguire. Sono passati oltre 40 anni…”.
Barbara Bianchi
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