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L'inchiesta del procuratore aggiunto Gratteri - La Tuscia considerata l'El Dorado della 'ndrangheta - Domenico Nucera, intercettato, è entusiasta degli affari nel Viterbese

“Salite sopra, che stiamo una bellezza là…”

di Stefania Moretti
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Domenico Nucera

Domenico Nucera

Alberto Corso

Alberto Corso

Una colonizzazione in piena regola. “L’assunzione del controllo esclusivo delle attività imprenditoriali” nel Viterbese.

A questo miravano gli ‘ndranghetisti della cosca locale di Gallicianò, sgominata dall’operazione El Dorado. La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha chiamato così l’inchiesta sul riciclaggio di denaro sporco nella Tuscia, condotta dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e dal sostituto Antonio De Bernardo.

L’El Dorado, per la ‘ndrangheta, era la provincia di Viterbo. L’ideale per lavare i soldi sporchi e lanciarsi in nuove attività, rimanendo nell’ombra. Una terra lontana, dove è più facile mimetizzarsi e operare liberamente. Lo dice anche Domenico Nucera, intercettato: “Ma sapete che vi consiglio io? Salite per sopra (Viterbo, ndr), che stiamo una bellezza là”.  

La provincia, in pochi mesi, era diventata un'”appendice” degli affari della famiglia Nucera. C’era come un filo diretto tra Viterbo e Condofuri, piccolo centro di 5mila abitanti nel cuore dell’Aspromonte controllato da ben tre locali di ‘ndrangheta. Uno è quello di Gallicianò. Dove dominano i Nucera.

L’ascesa dei Nucera nel Viterbese è rapidissima. Il comandante provinciale dei carabinieri di Reggio, Lorenzo Falferi, spiega che “questi signori sono arrivati a Viterbo con un camion scassato e nel giro di cinque mesi ne hanno comprati dieci nuovi di zecca”. Un’innata capacità penetrare in un territorio e fare business dal nulla. Sul presupposto che l’unione fa la forza.

“Le modalità ‘ndranghetistiche di inserimento nel territorio laziale – scrive il gip Silvana Grasso – emergono con chiarezza da dialoghi intercorsi fra gli associati che fanno comprendere come i fratelli Nucera Domenico, Francesco e Raffaele nella gestione delle imprese ivi attivate con la fattiva collaborazione di Corso Alberto, si alleino, con altri settori criminali calabresi ivi installati per l’assunzione del controllo esclusivo delle attività imprenditoriali”.

Domenico Nucera, l’imprenditore calabrese stanziato a Graffignano, va meravigliosamente d’accordo con Roberto Raso, esponente delle aree criminali di Gioia Tauro. “Il controllo monopolistico delle attività economiche della zona è esercitato da Nucera e Raso in totale armonia”. E’ a Viterbo che si incontrano per parlare di affari. Di un appalto per la realizzazione di un lavoro di trasporto inerti per conto delle ferrovie. Ed è in particolare sul trasporto inerti che i Nucera detengono il monopolio: “nessun lavoro può avvenire al di fuori del loro controllo”.

Alberto Corso assorbe tutta l’intraprendenza della mentalità criminale. L’imprenditore 37enne di Canepina è “contrasto onorato”, secondo gli inquirenti. E i Nucera preferiscono di gran lunga “un contrasto onesto” a “certi uomini disonesti”, ‘ndranghetisti di vecchia data. A Corso manca solo il battesimo ufficiale, ma sarebbe stato già un membro di fatto della cosca locale di Gallicianò. Partecipa a tutti i progetti dei Nucera. Compreso quello di fare di Canepina “una Gioia Tauro 2”, come si augura Domenico Nucera in un’intercettazione. Per Corso i Nucera sono fratelli. Lui lo chiamano “compare”, “Roberto”, “Roby”. Il gip di Reggio Calabria attribuisce a lui, a Domenico e a Francesco Nucera la regia delle attività illecite in terra viterbese.

Da membro esterno, “importato” nella cosca, subisce tutto il fascino del potere criminale. Nucera gli promette che diventerà presto “sgarrista”. Ma lui non si accontenta: “Oltre no? Oltre quest’altra?”, gli chiede in una intercettazione, ansioso di compiere la sua scalata in tempi brevi. E’ giovane, ambizioso, spregiudicato e a un passo dall’affiliazione formale.

Corso, scrive il gip “rappresenta la capacità dell’organizzazione di rigenerarsi continuamente anche nei nuovi territori, attraverso sinergie e apporti nuovi e ove riesce a insinuarsi con le proprie attività economiche che necessitano di supporti e appoggi che essa dimostra di aver già conquistato”.

E’ il primo imprenditore viterbese in odore di ‘ndrangheta perché accusato di essere dentro la ‘ndrangheta. Si sarebbe fatto accettare dai Nucera e avrebbe trattato con loro da pari a pari.

Da imprenditore, non si sarebbe limitato a scendere a patti col potere criminale. Corso, in base alle intercettazioni, voleva sentirsi parte di quel potere. Una novità assoluta, forse anche per i pm Gratteri e De Bernardo, che gli hanno contestato il reato più grave: associazione a delinquere di stampo mafioso. Accusa mai rivolta prima a un imprenditore viterbese.

Stefania Moretti


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10 maggio, 2013

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