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Tribunale - Omicidio a Mammagialla - Così l'imputato ha spiegato il delitto - Per difesa e parti civili: "Doveva stare in isolamento" - Disposta perizia psichiatrica

“L’ho ammazzato perché non voleva darmi l’accendino”

di Silvana Cortignani
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Viterbo - Omicidio a Mammagialla - La vittima: Giovanni Delfino

La vittima Giovanni Delfino

Lo psichiatra Giovanni Battista Traverso

Lo psichiatra Giovanni Battista Traverso

Viterbo – “L’ho ammazzato perché non voleva darmi l’accendino”. Così il detenuto-killer Khajan Sing ha spiegato l’uccisione a colpi di sgabello del compagno di cella, il viterbese Giovanni Delfino, 61 anni, chiamato “zio” per via dell’età dagli altri detenuti dello stesso reparto del carcere di Mammagialla, dove il delitto è stato commesso la sera del 29 marzo 2019. Ieri il processo per omicidio al 35enne d’origine indiana è entrato nel vivo coi primi testimoni. 

“Dopo il delitto, il problema suo era fumare”, ha detto un agente della penitenziaria. 

Sing, che in un mese e mezzo ha aggredito brutalmente quattro persone, secondo lo psichiatra della procura, Alberto Trisolini, aveva una capacità di intendere e di volere fortemente scemata quella sera a causa del suo disturbo di personalità borderline. Del suo caso si era occupata anche l’equipe multidisciplinare del carcere di Mammagialla, il 13 e lo stesso 29 marzo, dal momento che la psicologa e la psichiatra che lo avevano visitato al suo ingresso avevano suggerito la “grandissima sorveglianza, in cella da solo e privato di oggetti atti ad offendere”.

Ciononostante da una quindicina di giorni stava in cella con la vittima, che secondo uno dei detenuti sentiti come testimoni “aveva chiesto tante volte di cambiare cella perché Sing era matto”. Per difesa e parti civili: “Sing doveva stare in isolamento”. La corte d’assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone ha disposto una perizia psichiatrica che il 6 febbraio sarà affidata al professor Giovanni Battista Traverso.


Il “caso Sing” era noto all’equipe multidisciplinare

Il dottor Roberto Monarca, fino a dicembre responsabile sanitario di Mammagialla, ha confermato: “In seguito al suggerimento di un provvedimento di grandissima sorveglianza in cella da solo, il caso di Sing è stato discusso in commissione multidisciplinare, alla presenza anche del direttore del carcere. Degli eventi precedenti, il tentato omicidio di Cerveteri e la duplice aggressione nel carcere di Civitavecchia, sapevamo dalle relazioni del 20 febbraio 2019 della psichiatra e della psicologa. Il detenuto era stato ricoverato in Spdc ed era in cura con gli psicofarmaci”. 

“Un matto”, secondo tre detenuti che quella sera si trovavano nelle celle confinanti, sentiti ieri come testimoni al processo in cui il 35enne d’origine indiana è imputato di omicidio davanti ai sei giurati popolari della corte d’assise presieduta dal giudice Mautone, Elisabetta Massini a latere. 


“Tre volte bum e tre volte lo zio ha chiesto aiuto”

“Non ho visto, ma ho sentito: tre volte ‘bum, bum, bum’ e tre volte lo zio che ha chiesto ‘aiuto, aiuto, aiuto’. Allora ho chiesto a Sing cosa fosse successo e lui mi ha risposto ‘ho ammazzato lo zio perché volevo un accendino e non me lo ha dato’. Non c’era nessun agente nel reparto. Allora io per primo e poi tutti noi abbiamo citofonato per dare l’allarme, ma l’appuntato è arrivato solo dopo 15-20 minuti”, ha raccontato un detenuto trentenne peruviano.


“Troppo matto, non ci stava con la testa, pisciava nel corridoio”

In aula scortato dalla penitenziaria anche un pakistano 28enne recluso a Mammagialla. “Conoscevo l’imputato perché, siccome era troppo matto, mi è stato chiesto di provare io a calmarlo, dato che parliamo tutte e due punjub. Io ci ho provato, ma ho riferito che era troppo matto, che non ci stava proprio con la testa, anche se qualche volta, quando era incazzato, riuscivo a calmarlo per via della stessa lingua. Era uno che si tirava giù i pantaloni e pisciava davanti a tutti nei corridoi. Uno che una volta ha tirato un piatto di pasta in faccia a un ispettore”, ha spiegato, col suo italiano dall’accento romanesco.

“Quella sera, verso le 20, era agitato, voleva il tabacco – ha proseguito il 28enne – era in uno stato di grande ansia, per cui ho detto all’appuntato di fargli dare le gocce, ma l’infermiera non si è vista. Poi l’ho richiamato perché cercava l’accendino, ma non è venuto nessuno, né l’appuntato, né l’infermiera. A un certo punto ho sentito il rumore della sgabellate e Sing che diceva ‘l’ho ammazzato perché non mi dava l’accendino’. L’appuntato è arrivato dopo venti minuti, ha guardato nella cella e ha vomitato”, ha concluso. 

Per ultimo è stato sentito il compagno di cella del pakistano, un ex detenuto 39enne di Capena, nel frattempo rimesso in libertà: “Stavamo guardando Bonolis in televisione, quando abbiamo sentito sbattere nella cella accanto. Lui ha chiesto qualcosa in indiano a Sing, poi ha urlato e abbiamo chiamato l’appuntato. Dopo un minuto erano tutti lì”, ha detto, a differenza degli altri due secondo i quali i soccorsi sono arrivati dopo una ventina di minuti. 


“Dopo il delitto, il problema suo era fumare”

Subito dopo avere detto “l’ho ammazzato perché non mi dava l’accendino”, portato via dalla scena del crimine e rinchiuso dentro una doccia, l’unico pensiero di Sing sarebbe stato insistere per avere le sigarette perché voleva fumare. Come  se niente fosse: “Il problema suo era fumare”. 

“Quella sera avevamo avuto un’altra emergenza, un detenuto del clan Spada da portare al pronto soccorso, per cui eravamo tre unità in meno – ha spiegato il preposto del reparto – quando mi hanno detto ‘corri al reparto D1 che è successo un macello, Sing ha ammazzato Delfino’, sono corso”.

“C’erano due persone per le sei sezioni da cinquanta detenuti del reparto, avevamo una sorveglianza a vista e poi c’è stata l’emergenza del clan Spada, infine l’omicidio. L’addetto al piano non c’era, perché era di sopra a fare una sorveglianza a vista

Ha poi descritto lo stato della cella: “Delfino era a terra riverso nel sangue e Sing, che era in piedi, ha detto ‘l’ho ammazzato perché non voleva darmi l’accendino’. Nella cella era tutto fissato al muro, gli armadietti, il tavolo, le brande. Di libero c’era solo lo sgabello, che aveva un angolo rotto ed era sporco di sangue”. 


I filmati non registrati della videosorveglianza

Per verificare i tempi d’intervento si è provato a estrapolare i filmati della videosorveglianza dei corridoi: “Ma non è stato possibile, perché dai monitor è possibile assistere alla diretta, ma le immagini, non so perché, non vengono registrate”, ha concluso il preposto. 

Si torna in  aula il 6 febbraio per il conferimento dell’incarico allo psichiatra super partes del tribunale. 

Silvana Cortignani


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24 gennaio, 2020

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