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Viterbo - Marco Nati e Massimiliano Venanzi (Flai Cgil): "Questa è stata la realtà degli operai agricoli in alcune campagne della Tuscia durante l'emergenza Covid"

“Fino a 13 ore di lavoro per 35 euro di paga al giorno, la vita del bracciante durante la Fase 1”

di Daniele Camilli
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Viterbo – “Fino a 12 e 13 ore di lavoro al giorno. A volte anche la domenica e i giorni di festa. Pause pranzo ridotte e rispetto delle norme anti Covid che lascia un po’ a desiderare. Il tutto per 4, 5 euro l’ora di salario e un contratto di lavoro che resta spesso solo sulla carta. Questa anche la realtà di alcune campagne della Tuscia. La realtà che vivono i braccianti agricoli. La realtà che avrebbero vissuto pure durante la Fase 1 del contrasto al Coronavirus”. Marco Nati e Massimiliano Venanzi sono due sindacalisti della Flai Cgil, il sindacato che si occupa dei diritti dei braccianti agricoli. Sono rispettivamente segretario generale e segretario organizzativo della categoria viterbese che tutela gli operai delle campagne.


 

Un agricoltore

Un agricoltore (foto di repertorio)


“Abbiamo avuto notizia che in alcune campagne della Tuscia – raccontano Nati e Venanzi – sono aumentate le ore di lavoro durante la fase dell’emergenza Covid. Un aumento nell’ordine di 12, 13 ore al giorno. Abbiamo anche notizia che sono state ridotte le pause. Da un’ora a mezz’ora di pausa. Per ottimizzare i tempi di lavoro. Operai che andavano al lavoro la mattina al buio e ritornano a casa la sera al buio. Anche il rispetto della normativa anti Covid sul distanziamento sociale e i dispositivi di protezione potrebbe lasciare a desiderare. Il tutto per un guadagno che si potrebbe aggirare attorno ai 4, 5 euro l’ora”.


Marco Nati (Cgil)

Viterbo – Marco Nati (Flai Cgil)


Sei e mezza del mattino. A volte prima, alle 5 e mezza. La giornata del bracciante agricolo inizia quasi sempre a quest’ora. A Viterbo, i luoghi di ritrovo sono Sacrario, Pilastro e San Faustino. Da lì i braccianti agricoli partono per uscire verso le campagne dove vanno a lavorare. Chi in bicicletta, chi accompagnato da qualcuno. In macchina o su qualche furgoncino. Quelli che ogni tanto si vedono girare per le campagne. Nei giorni della Fase 1 dell’emergenza Coronavirus, anche a chi scrive, è capitato di accompagnare al lavoro un bracciante agricolo e di andarlo a riprendere la sera.

Per arrivare al lavoro chi va in bicicletta percorre circa 10 chilometri. Dieci all’andata e dieci al ritorno. Con la schiena dritta sul sedile e i pugni in tasca per il freddo. Perché la mattina alle 5-6 e mezza fa freddo. E in macchina, ad aprile, capita a volte di accendere il riscaldamento. Succede anche che all’alba, lungo la strada, ci sono gli idranti per irrigare i campi e che girando su se stessi prendano in pieno la strada e il lavoratore che ci sta passando.


Viterbo - Massimiliano Venanzi della Flai Cgil

Viterbo – Massimiliano Venanzi (Flai Cgil)


“Nella Tuscia – spiegano Nati e Venanzi della Flai Cgil – ci sono circa 10 mila braccianti. Oltre il 50% sono stranieri. Comunitari, come i rumeni, oppure migranti. Senegalesi, nigeriani, nord africani, subsahariani. Persone che hanno attraversato mezzo continente a piedi per poi imbarcasi e raggiungere l’Italia dopo mesi di schiavitù in Libia. Oltre il 90% dei contratti di lavoro sono a tempo determinato, precari. Il lavoro è stagionale. Inizia e finisce con i raccolti. Poi chi ha realizzato più di cento giornate di lavoro in due anni ha diritto alla disoccupazione agricola”.


 

Lavoro

Agricoltura (foto di repertorio)


Una volta arrivato al lavoro, il bracciante entra in azienda. C’è poi chi resta dentro e chi esce in campagna. Quest’ultimi salgono su un pianale, gli uni accanto agli altri, trainato da un trattore diretto verso le coltivazioni dove i braccianti restano fino a sera. “Durante la Fase 1 del Covid – dicono Nati e Venanzi – è capitato spesso che in diverse campagne della Tuscia i braccianti sono andati al lavoro quando era ancora buio, per tornare a casa la sera quando faceva di nuovo buio. Il tutto con una pausa pranzo di un’ora. Anche se ultimamente ci è giunta notizia che in alcuni casi sarebbe stata pure dimezzata per ottimizzare i tempi di lavoro. Infine, una volta arrivato a casa, al bracciante resta solo di mangiare qualcosa per poi mettersi a dormire. Perché dopo qualche ora di sonno si deve nuovamente alzare”. 


 

Braccianti agricoli - Foto di repertorio

Braccianti agricoli (foto di repertorio)


“Un bracciante agricolo – spiegano Nati e Venanzi -, da contratto, deve lavorare 39 ore settimanali. Sempre a settimana può fare 18 ore di straordinario per non più di 300 ore all’anno. Può lavorare 6 giorni su sette. Dal lunedì al sabato. Può lavorare anche di domenica. Ma ha comunque diritto a 24 ore di riposo a settimana”.

In sintesi, la giornata lavorativa dei un bracciante dovrebbe essere di 6 ore e mezza al giorno. Se lavora dal lunedì al sabato. Se lavora dal lunedì al venerdì, la giornata è invece di circa 7 ore e mezza. Se poi si considerano le 18 ore di straordinario al massimo spalmate lungo la settimana, dal lunedì al sabato un bracciante dovrebbe lavorare non più di 7 ore al giorno, e dal lunedì al venerdì non più di 8.


 

Lavoro

Agricoltura (foto di repertorio)


“Gli operai agricoli sono persone, non braccia – dicono Nati e Venanzi -. Serve un atto politico coraggioso per superare queste paludi. Dove ci sono persone che lavorano spesso più del dovuto, spesso senza garanzie e spesso al di fuori delle regole stabilite dal contratto di lavoro. Dobbiamo dare ai braccianti una vita dignitosa”.

“I braccianti agricoli sono quelli che in questo momento – aggiungono poi i sindacalisti della Flai Cgil – hanno sempre lavorato per garantire pranzo e cena a chi è rimasto a casa durante la prima Fase dell’emergenza Covid. E lo hanno fatto con impegno, sacrificio e a rischio della salute. Con paghe basse. Con una paga, nelle campagne della Tuscia, che a quanto ci risulta non è da tariffa sindacale. Ma di 4, 5 euro l’ora. E stiamo parlando di questo territorio, non di altri”.


 

Agricoltura (foto di repertorio)

Agricoltura (foto di repertorio)


Le tipologie di operai agricoli e florovivaisti, così si chiamano, previste dal contratto sono decine. Quarantaquattro in tutto. Suddivise in 3 aree e 6 livelli di competenza. Area 1, livello 1, ex specializzati super. In tal caso le tipologie previste sono 17. Da capi d’opera aziendali ai meccanici, muratori, falegnami eccetera. Il contratto per loro prevede 79 euro lordi ogni giornata di lavoro. Area 1, livello 2, ex specializzati. Dieci tipologie in tutto. Dagli addetti alle macchine ai vivaisti. La paga è di 69 euro lordi al giorno. Area 2, livello 1, ex qualificati super. Quattro tipologie, cuoco, addetti alla vigilanza, aiuto banconista e aiuto confezionamento. Area 2, livello 2, ex qualificati. Dieci tipologie. Dagli addetti alle colture al guardiacaccia. Queste ultime tipologie di operai agricoli prevedono una paga giornaliera di 63 euro lordi.

Infine c’è la terza area, i braccianti più poveri di tutti. Livello 1, due tipologie: pastori e verrai e manovalanza generica. “Addetti – sta scritto nel contratto di lavoro della provincia di Viterbo in vigore dal primo gennaio 2016 – alla confezione ed imballaggio, operai generici senza particolari esperienze”.

Livello 2, l’ultimo. Una categoria. Addetti alla raccolta dei prodotti. “Lavoratori assunti – prosegue il contratto provinciale – per mansioni generiche che non richiedano specifici requisiti professionali”. Solo due braccia, due gambe e elevati livelli di sopportazione della fatica fisica.


“Il contratto prevede però – continuano Nati e Venanzi – che un bracciante possa essere assunto a giornata. Le buste paga sono infatti alcune volte da 700, massimo 800 euro lordi al mese. La mesata lavorativa di un bracciante viene pagata il 26. La cosa che però non torna è che a volte quello stesso lavoratore che prende 700, 800 euro al mese ti dice anche di aver lavorato tutto il mese. Se così fosse la paga dovrebbe essere allora, stiamo parlando di un bracciante di base che lavora dal lunedì al sabato, di oltre 1200 euro lordi ogni mese, senza considerare gli straordinari”.  

Se la situazione è questa, perché il sindacato dei lavoratori non mobilita i braccianti organizzando lotte per la difesa dei diritti?

“Il sindacato fa quello che può fare – rispondono Nati e Venanzi -. Cercando di sorvegliare la situazione il più possibile. A patto che i proprietari ci facciano entrare in azienda. Cosa tutt’altro che scontata“.


Viterbo - Massimiliano Venanzi, Marco Nati e Lavinia Fantini

Viterbo – Massimiliano Venanzi, Marco Nati e Lavinia Fantini


“Il problema dello sfruttamento dei braccianti – sottolineano Nati e Venanzi – nasce dal contratto stesso di lavoro. Il sindacato ha le mani legate. Organizzare la mobilitazione dei braccianti è difficilissimo proprio per la tipologia di contratto che lo caratterizza. E’ possibile solo in situazioni estreme. I braccianti sono precari dalla nascita. Quindi organizzarli, con tutte le paure e le pressioni che subiscono, è quasi impossibile. Magari riesci a mobilitarli, poi il giorno dopo vanno al lavoro e vengono licenziati dal padrone. Questa è la realtà del nostro paese”.


Agricoltura (foto di repertorio)

Agricoltura (foto di repertorio)


“Non è facile mobilitare lavoratori stagionali agricoli che vengono assunti anno per anno, i loro contratti hanno una scadenza – proseguono i sindacalisti della Flai Cgil -. La maggior parte non se la sente. Perché rischiano di perdere il lavoro o di non essere più richiamati. Nell’industria agroalimentare è difficile organizzare degli scioperi. Unire e fare gruppo è difficilissimo. Non è più come negli anni ’50 e ’60. E chi si espone finisce quasi sempre per essere isolato. All’interno di alcune aziende agricole poi i diritti dei lavoratori vengono, da quello che sappiamo, messi in discussione. L’operaio agricolo è un lavoratore precario, il più precario di tutti. Un lavoratore debole, pertanto ricattabile e soggetto a tutta una serie di vessazioni”.  

Come se ne esce da questa situazione? “Partendo innanzitutto da presupposto che abbiamo a che fare con esseri umani, cosa che viene spesso dimenticata – dicono subito Marco Nati e Massimiliano Venanzi -. Poi la situazione si potrebbe risolvere regolarizzando e stabilizzando i precari. Regolarizzare significa una cosa sola. Se faccio 150 giornate di lavoro mi segni 150 giornate di lavoro. Non 100 e 50 me le paghi in nero senza contributi. E tutti zitti. Stabilizzare vuol dire invece dare certezze e garanzie lavorative per il futuro. Ad esempio, dopo due anni che un bracciante lavora in azienda, con almeno un centinaio di giornate, dal terzo anno in poi viene chiamato, alle stesse condizioni, per tutti gli anni a venire. Assicurandogli infine quel numero di giornate tali che poi gli permettono, nei momenti in cui non lavora, di avere l’assegno di disoccupazione. Per fare questo serve una legge nazionale”. 


Agricoltura (foto di repertorio)

Agricoltura (foto di repertorio)


“Se non c’è una base stabile da cui partire – concludono Marco Nati e Massimiliano Venanzi della Flai Cgil – è difficile anche mobilitare i lavoratori per difendere i diritti o conquistarne di nuovi. E la base stabile è la stabilizzazione contrattuale stessa del lavoratore. Se non c’è questa, anche noi sindacalisti siamo impotenti. Fermo restando che questa situazione non ci impedisce di continuare a lottare ed essere presenti nelle campagne e sui posti di lavoro”.

Daniele Camilli


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29 maggio, 2020

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