Viterbo – Parte dal ricordo di Stefano Rodotà (il giurista, politico e accademico morto venerdì a 84 anni) il dibattito sulla separazione delle carriere dei magistrati, organizzato nell’ambito del festival Caffeina.
Da una parte Paolo Auriemma, procuratore capo di Viterbo. Dall’altra, Gian Domenico Caiazza, ex presidente della Camera penale di Roma. Al centro, come moderatore, il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti.
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“Rodotà è stato un grande giurista – esordisce Auriemma -. Un giurista in grado di studiare la realtà, di trovare soluzioni nuove a problemi nuovi”. Poi, ne cita un frase: “La dignità si realizza attraverso un processo, al quale concorrono il potere di governo della persona interessata e il dovere che incombe su chi deve costruire le condizioni necessarie perché le decisioni di ogni persona possano essere prese in condizioni di libertà e responsabilità”.
Tra le tante tematiche approfondite da Rodotà c’era proprio quella sulla dignità della persona. Poi quelle sul diritto di identità personale e d’immagine, solo per citarne un paio. Tematiche che riuscivano a folgorare i suoi studenti. Tra questi c’era anche un giovane Caiazza, poi diventato avvocato (pure di Enzo Tortora) e presidente della Camera penale di Roma. Rodotà è stato il suo relatore di laurea. “Già all’epoca – racconta Caiazza – avevo una passione smisurata per il diritto penale, ma Rodotà riuscì a farmi appassionare anche al civile. E’ stato un grande maestro, il mio maestro. Rimasto umile anche dopo essere diventato parlamentare”.
Terminato il ricordo, si passa al confronto. Al confronto di idee sulla separazione delle carriere dei magistrati. Da una parte gli avvocati, che ritengono che senza separazione delle carriere, un giudice non possa essere ‘terzo’. Dall’altra i magistrati, che, al contrario, la considerano un errore istituzionale, che potrebbe avere ricadute negative sul sistema. “Nemmeno il fascismo arrivò a proporre la separazione delle carriere di giudice e pubblico ministero – tuona Auriemma -. Il pm, per sua natura, è un organo di giustizia, che deve applicare la legge liberamente e difendere i diritti di tutti i cittadini. Anche di quelli indagati o imputati. Il pm, in Italia, non è un accusatore, ma una figura imparziale. Sopratutto in fase d’indagine, quando la persona non sa di essere indagata”.
Per Caiazza, invece, “il fulcro del sistema giustizia dovrebbe essere solo il giudice, che deve diventare una figura ‘terza’, perché solo così – dice – si potrà veramente tutelare l’indagato. Oggi i gip, i giudici per le indagini preliminari, hanno una funzione ancillare rispetto ai pm. Non a caso le richieste di rinvio a giudizio accolte superano l’80%. Il problema non è che giudici e pubblici ministeri vanno a prendere il caffè insieme, ma che appartengono a un unico governo disciplinare. Il Csm, il consiglio superiore della magistratura, è straripante di pm. E in aula, durante i processi, gli avvocati avvertono lo squilibro tra procura e difesa. Ma dovrebbe esserci parità”.
Qual è allora, per gli avvocati, la soluzione? “La creazione – dice Caiazza – di due Csm: uno per i pm, e un altro per i giudici. Due Csm indipendenti e autonomi, così da delineare la figura del giudice come ‘terza’, e quella del pubblico ministero come accusatore. Perché pensare che i pm tutelino gli indagati è una grandissima illusione”. Nulla di più “terrificante”, per Auriemma. “Due Csm fanno paura – ribatte -, perché farebbero venir meno la cultura della giurisdizione. Prevedete – dice agli avvocati – un sistema pericoloso”.
“Prevediamo – conclude Caiazza – un sistema che vuole l’indipendenza del giudice, che deve essere distante. Senza che il pm sia, tra l’altro, soggetto al potere esecutivo”.
Teatro del confronto, la sala Regia di palazzo dei Priori. Tra i presenti, il capo della mobile Donato Marano, il comandante dei carabinieri Marcello Egidio. I pm Chiara Capezzuto, Aldo Natalini e l’ex procuratore capo Carlo Maria Scipio. Gli avvocati Marco Russo, Roberto Alabiso e Roberto Massatani. Il presidente dell’ordine degli avvocati Luigi Sini, e della camera penale di Viterbo Mirko Bandiera. Giuseppe Aloisio, ex direttore generale della Asl .
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