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Caffeina - Stefano Bartezzaghi gioca con le parole e diverte e si diverte

Imbecille, medusa, scampolo, pizzicotto!

di Mirko Fortini - Tusciaweb Academy
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Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a CaffeinaStefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina

Stefano Bartezzaghi a Caffeina - Il libro Parole in gioco

Stefano Bartezzaghi a Caffeina – Il libro Parole in gioco

Viterbo – “Prima di dare inizio al nostro banchetto, vorrei dire qualche parola. E cioè: imbecille, medusa, scampolo, pizzicotto!”. Così Albus Silente apre l’anno scolastico di Hogwarts, la scuola di magia di Harry Potter.

Questo è anche l’incipit di “Parole in gioco”, il libro presentato da Stefano Bartezzaghi nell’ultima serata di ieri di Caffeina. Bartezzaghi spiega che “queste parole producono una sensazione di spiazzamento dovuto al fatto che la parola “parola” è ambigua e in questo caso interpretata in modo letterale”.
Figlio d’arte, laureato in semiotica, enigmista e ora anche professore universitario, Bartezzaghi delizia il gremito cortile Holden raccontando la storia dei giochi di parole, partendo addirittura da Omero fino ad arrivare a esempi attuali. Esempi attuali come quello del giornale “Il Manifesto”, che dopo la rielezione di Obama del 2012 intitolava “Yes we cannabis”.

“L’effetto che produce questo titolo è immediato – dice Bartezzaghi – e io ci ho messo almeno sei pagine per formalizzare tutte le linee di senso che ci sono dentro perché c’è “Yes we can”, il bis riferito al secondo mandato, la relazione alla cannabis che sarebbe potuta essere legalizzata. Il gioco di parole ha quindi la caratteristica di avere una complessità di struttura, ma una immediatezza dell’effetto che fa”.

Bartezzaghi insiste dicendo che “noi giochiamo quando sappiamo di essere compresi. Infatti il gioco di parole più difficile è quello fatto in pubblico, perché non conosciamo il nostro interlocutore”. Lo scrittore spiega inoltre che “noi cominciamo a giocare fin da quando pronunciamo le prime parole. Mamma e papà sono le prime parole dette perché le sillabe ma e pa risultano le più semplici da dire. Possiamo quindi dire che mamma e papà sono parole letteralmente inventate dal neonato”.

I riferimenti ai giochi di parole continuano con una citazione di “Otto e mezzo” di Fellini, nel quale durante una scena viene usata la parola “asanisimasa”. Questa parola è scritta con il “linguaggio serpentino”, cioè con l’aggiunta della “s” e della vocale precedente dopo ogni vocale, e si traduce con “anima”.

Bartezzaghi spiega che “questa è una grande metafora del cinema, cinema che anima le immagini. Nella poesia “A Silvia”, Leopardi usa la parola “salivi”, anagramma di Silvia. Lo slogan elettorale di Eisenhower era “I like Ike”, giocando sul suo nomignolo “Ike””. Bartezzaghi arriva infine a proporre anche un anagramma di estrema attualità, coniato da se stesso, su Francesco Totti, facendolo diventare “sfratto tecnico”.

Da buon enigmista Bartezzaghi non può esimersi dal parlare di enigmi, che differenzia dagli indovinelli, poiché “l’enigma è di tradizione mitologica e di enigma si muore, mentre l’indovinello è quella cosa che fanno i nonni ai nipoti, quindi innocente. Omero dovette risolvere un enigma proposto da giovani pescatori. Egli, cieco, chiese ai pescatori “cosa state facendo?” e loro risposero così: “quelli che prendiamo li buttiamo, quelli che non prendiamo ce li teniamo”. La soluzione di questo enigma sono “chiaramente” i pidocchi e Omero non sapendo rispondere morì. Per Omero quindi ha funzionato come un enigma, per i pescatori come un semplice indovinello”.

Soffermandosi sul mondo dell’enigmistica, Bartezzaghi è convinto che “a dare la dignità a uno studio non è l’oggetto che si studia, ma il metodo che si usa” e con riferimento a Roland Barthes, sostiene inoltre che “l’ambiguità semantica è ineliminabile dal linguaggio umano e ne è quasi una condizione necessaria. La linguistica dovrebbe istituire l’ambiguità del linguaggio. Un giorno – continua Bartezzaghi – Umberto Eco mi disse “ma perché non ci scrivi una tesi?”. A me non sarebbe mai venuto in mente”.
Bartezzaghi conclude il suo intervento leggendo un esempio di limitazione di libertà di linguaggio, citando dei sonetti di Giuseppe Varaldo che hanno la particolarità di essere scritti usando una sola vocale. Ecco il sonetto che sintetizza il Vangelo:
Dalla casa natal (capanna? stalla?)
all’annata fatal, dal mar a Cana,
Satana scampa, campa alla spartana,
va tra la massa scalza spalla a spalla.

Ama, parla d’amar, l’amar avalla:
ma la gamba malata, la mattana
l’anca ch’arranca – abracadabra – sana.
La sacra saga al dramma s’accavalla:

data la bastardata mal pagata
fatta dal tal ch’avrà dannata l’alma,
data la tanta calca scalmanata

ch’all’affrancar Barabba starà calma,
l’ammazzan; ma alla bara spalancata
manca (fantasma par!) la cara salma.

Mirko Fortini
Tusciaweb Academy


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3 luglio, 2017

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