Viterbo – Pulp Fiction a Porta Romana. Tutti contro Marco Marcelli, il 52enne che verso le 17,20 dello scorso 12 settembre ha seminato il panico al bar Country, mentre su Viterbo si stava scatenando una bomba d’acqua, aggredendo il gestore e un operaio, quest’ultimo ferito al collo a bottigliate con una prognosi di 45 giorni e 40 punti di sutura.
Dopo di che, non contento, li avrebbe inseguiti sotto la pioggia fino al bar della stazione armato di una spranga di ferro.
A processo per lesioni aggravate dall’uso di arma impropria è finito in concorso con la compagna 31enne Catalina Mazare. Ma di udienza in udienza, l’ultima ieri davanti al giudice Silvia Mattei, si aggrava sempre più la sua posizione. La coppia stava litigando furiosamente fuori del bar Country quando il gestore e l’operaio, entrambi parte civile, sono intervenuti per dividerli.
Il seguito, a margine dell’udienza, è stato definito dal medico legale Alfredo Borghetti “una mattanza”. “Nessuna delle due vittime ha corso pericolo di vita, né invalidità permanenti – ha detto il medico in aula, illustrando la perizia d’ufficio svolta su incarico della pm Paola Conti – ma da solo l’aggressore ha ferito due uomini, provocando a uno il perforamento del timpano con un cazzotto in testa e all’altro una frattura all’avambraccio e una profonda ferita al collo usando cocci di vetro ricavati da una bottiglia rotta”.
Ancora più drammatica la descrizione fatta da uno dei gestori del vicino bar della stazione di Porta Romana. “Sembrava di stare sul set di Pulp Fiction”, ha detto al giudice.
“Stavo rimettendo le sedie a causa della bomba d’acqua – ha proseguito – quando ho visto due persone che si stavano azzuffando sotto la pioggia scrosciante e un’altra che scappava. Il gestore e l’operaio sono venuti a rifugiarsi dentro il mio bar, mentre l’aggressore li inseguiva armato di un corpo contundente”.
E qui il racconto si fa a metà strada tra l’agghiacciante e il raccapricciante. “Erano tutti fradici di pioggia. L’operaio, uscito dalla bomba d’acqua, era impressionante. Aveva la camicia incollata al corpo per l’acqua presa, mista al sangue che gli colava dal collo. Il collo era avvolto in un’altra camicia, tutta inzuppata di sangue. Quando l’ha tolta, per tamponare la ferita con uno straccio pulito, abbiamo visto che sotto aveva uno squarcio, un enorme sgarro che pulsava di sangue vivo”.
Marcelli avrebbe fatto di tutto per introdursi nel locale e proseguire l’opera. “Quando, sotto l’acqua, ha tentato di fare irruzione con un attrezzo in mano gli ho detto ‘ma che cazzo stai a fa’?’ e si è allontanato. Un secondo dopo si è rifatto sotto, allora ho chiuso la porta per barricarci dentro e lui mi ha colpito a un braccio per impedirmi di chiudere, ma sono stato più svelto. Un secondo dopo sono arrivate le volanti e il 118. In tutta la scena della donna non si è vista traccia, credo fosse rimasta dentro il bar Country”.
L’imputato, tuttora detenuto, dovrà aspettare in carcere la sentenza, rinviata all’8 settembre.
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