Viterbo – “Alla fine non hanno vinto loro. Abbiamo vinto noi”. Oltre la morte c’è la grinta di Tina Montinaro.
Sentirsi sconfitti sarebbe il minimo quando ti ammazzano il marito e non te ne lasciano neanche i resti. Ma lei è così da sempre: al pianto preferisce quello sguardo deciso che ti taglia in due o quel sorriso sincero che splende lo stesso, incorniciato dalla calata napoletana.
Neanche i tanti anni a Palermo hanno scalfito le sue origini. E se non c’è niente che possa scalfire lei, è per un solo motivo. “Ho avuto un marito troppo in gamba e coraggioso per non esserne all’altezza. Sono qui a Viterbo a ‘Ombre festival’ per fare la mia parte. Per fare memoria. Perché mio marito è morto per fare la sua parte”.
Per cinque anni – “e ancora adesso”, tiene a precisare – Tina è la moglie di Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone. Un amore sbocciato in un attimo, segnato dalle responsabilità di Antonio: si conoscono perché lui viene a Palermo negli anni del maxiprocesso. Matrimonio, due figli e cinque anni da favola. Poi il contrario del lieto fine. Ma Tina guarda a quello che ha avuto, non a ciò che le hanno tolto: “C’è gente che si sta accanto per anni e non ha la nostra fortuna. Abbiamo avuto poco tempo, ma quest’uomo mi ha riempito la vita”.
Antonio avrebbe compiuto trent’anni l’8 settembre 1992 se non fosse morto il 23 maggio nella Quarto Savona 15, nome in codice della macchina della scorta. Quel lavoro gli piaceva, non come quei colleghi che facevano mal volentieri il servizio di scorta. Quel giorno, Antonio cambiò il turno all’ultimo momento perché voleva andare a prendere Falcone. “Aveva messo il vestito buono. Era bello come il sole. E intelligente. Preparato. Un marito che sapeva fare il marito, anche se non era mai a casa. E un padre splendido: l’ultimo ricordo che ho di lui è di quando gioca con i bambini e ci saluta. Va a pranzo in caserma, poi richiama il pomeriggio alle 4,30 per sapere dei figli”.
Alle 17,58 Giovanni Brusca preme il telecomando che sventra l’autostrada Palermo-Trapani. Tra caos e fumo la Quarto Savona neanche si vede. “Si sono salvati e sono andati avanti a chiedere aiuto”, pensava qualcuno. La Croma marrone era in testa al convoglio di auto blindate: prima Antonio, con Rocco Dicillo e Vito Schifani; poi Falcone e la moglie Francesca Morvillo, con l’autista Giuseppe Costanza sulla Croma bianca. Solo lui e i passeggeri della terza Croma azzurra si salvarono. La Quarto Savona, investita in pieno dall’esplosione, fu sbalzata dall’altro lato dell’autostrada, dentro un giardino di ulivi. Per questo non la trovavano.
“In ospedale mi misero dentro una stanza con una dottoressa. Sai quando non ti rendi conto di niente? Pensavo a cose tipo: ‘Non ho neanche preso un pigiama’… Lei sapeva di Antonio, ma non ebbe il coraggio di dirmelo. Venne un ispettore che mi portò alla camera mortuaria. Lì davanti c’era il mondo. E allora capii”.
Da quel momento è stata battaglia. Anche solo perché i nomi di Antonio, Rocco e Vito fossero ricordati. “I giornali dicevano che erano morti Falcone, la moglie e gli uomini della scorta. No. Quegli uomini avevano un nome, un cognome, una storia e delle famiglie. Alla fine il concetto è passato. Ma ce ne è voluta di strada. E non è ancora finita”.
Tina vorrebbe un’Italia diversa, dove la morte dignitosa dei detenuti non sia in discussione, ma nemmeno la certezza della pena. Entro il 12 luglio il tribunale di sorveglianza di Bologna deciderà su un’eventuale revoca del carcere a Totò Riina. “Non ci sentiamo rispettati quando sentiamo dire che Riina deve andare a casa perché non sta bene, né quando si dice che i pentiti devono passare le feste con le famiglie. Noi la nostra famiglia com’era non ce l’abbiamo più: abbiamo fatto i funerali con le bare chiuse perché non c’era niente dentro. Dignità? Io penso che Riina possa essere curato dignitosamente in carcere”.
Il giardino degli ulivi a Palermo adesso è diventato il “Giardino della memoria Quarto Savona 15”. È appena sotto l’autostrada e la stele che svetta con i nomi delle vittime. Per Tina è motivo d’orgoglio. “Tenevo a questo progetto come tenevo a portare la Quarto Savona in giro per l’Italia. Perché la strage di Capaci riguarda tutto il paese. E la Quarto Savona 15 non si è fermata. Cammina con me e con tutti gli italiani onesti, per ricordargli ancora una volta che loro distruggono, noi costruiamo. Per questo non hanno vinto”.
Stefania Moretti
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